Cultura
La bellezza salverà il mondo
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La frase è di Dostoevskij, o meglio, l’ha messa in bocca al principe Myškin, il protagonista de L’idiota: un uomo che il mondo intero giudica ingenuo, forse persino folle, proprio per la purezza con cui crede a quello che dice. Dostoevskij non ce la consegna come una certezza tranquilla: ce la consegna come una scommessa, pronunciata da chi ha tutte le ragioni per essere smentito. Ed è forse proprio per questo che quella frase, a più di un secolo di distanza, continua a inseguirci.
Perché la bellezza, così come la intende Dostoevskij, non è mai stata soltanto una questione estetica. Già i greci le davano un nome che oggi abbiamo quasi dimenticato: kalokagathía, dall’unione di kalós, bello, e agathós, buono. Per loro il bello non era mai separato dal buono e dal giusto: vedere qualcosa di bello non era un piacere fine a se stesso, ma un modo, sia pure indiretto, di intravedere la verità morale del mondo. Non era la bellezza applicata solo all’aspetto sensibile delle cose, ma anche al comportamento: un ideale di perfezione insieme fisica e morale, ciò che oggi chiameremmo nobiltà d’animo. L’arte, in questa visione, può rappresentare il “bello” e, nello stesso gesto, promuovere ciò che è “buono” e “giusto”: non decora la vita, la orienta.
Se la bellezza porta con sé questo peso etico, allora insegnare a riconoscerla – insegnare musica, fin da piccoli, nelle scuole – non è mai stato un capriccio pedagogico: è un atto propriamente civico. Ne ho scritto a lungo anche nei miei libri. Un’orchestra è forse la prima palestra reale in cui un bambino impara che la propria voce conta solo in relazione a quella degli altri, che suonare bene non significa distinguersi a ogni costo, ma sapersi inserire, ascoltare chi gli sta accanto, cedere il passo e riprenderlo quando è il momento giusto. Platone lo sapeva già, quando nella Repubblica affidava alla musica – la mousiké, che per i greci teneva insieme poesia, danza e canto – un ruolo centrale nella formazione del cittadino, non solo del dilettante: educare all’armonia dei suoni significava, per lui, educare all’armonia dell’anima, e da lì all’armonia della città intera.
Non è un caso che sia la parola stessa a dircelo.
Del resto, questa duplice natura è scritta nella parola stessa che usiamo per indicare il fare musica insieme. “Concerto” viene dal latino concertare, composto da cum-, “insieme”, e certare, “gareggiare”, “contendere”: alla lettera, dunque, gareggiare insieme. Ma la stessa parola porta con sé una seconda radice, altrettanto accreditata, quella di conserere, “intrecciare”, l’idea di un’unione armoniosa di più elementi. Nei secoli il significato è scivolato dalla contesa alla cooperazione, tanto che dallo stesso ceppo l’italiano ha ereditato anche concerto nel senso giuridico di “patto”, di “intesa”. E quando, tra Rinascimento e Barocco – con Corelli, con Vivaldi – la parola arriva a indicare finalmente l’esecuzione musicale, tiene insieme entrambe le sue anime: una gara amichevole fra il solista e l’orchestra, che pure cooperano per costruire una sola, perfetta armonia.
Concentus, “accordo di voci, consonanza”. “Di concerto”, concordemente.
Suonare insieme, allora, non è mai un fatto puramente musicale. La musica classica sa insegnare ad aspettare, a rispettare i ruoli e le gerarchie, a modulare la propria voce per non sovrastare quella degli altri, a capire che i silenzi esistono perché una voce possa prepararsi, prendere la rincorsa e spiccare nel suo assolo. Sa insegnare che solo disciplinandosi, ascoltando il proprio suono e insieme quello che in risposta riceviamo dagli altri, si raggiunge la perfetta comunione del concerto. È tutta lì, in una sola parola, la lezione civica della musica: si può gareggiare e intrecciarsi allo stesso tempo, distinguersi senza spezzare l’insieme. È una grammatica dell’ascolto reciproco: la stessa, esattamente la stessa, che da adulti ci servirà per abitare una democrazia.
L’orchestra, in fondo, è un organismo. Decine di persone che nell’istante preciso in cui il direttore abbassa la bacchetta smettono di essere individui e diventano un’entità sola: le individualità sfumano nel collettivo, tutte convergono verso l’unità. E suonano tutti la stessa cosa? Non esattamente. Ciascuno ha la sua parte, piccola o grande; ciascuno il suo contributo da portare alla bellezza dell’esecuzione. Potremmo pensarla come una società, o come una famiglia: stare spalla a spalla con decine di altre persone, capaci di influenzare, con il loro modo di comportarsi, il buon esito del proprio suonare. Dove, se non qui, si impara meglio che cosa significhi davvero appartenere a qualcosa che è più grande di noi, l’importanza dell’apporto del singolo al risultato collettivo?
C’è una frase, in uno dei miei libri, a cui torno spesso: se la vista ci dà il senso di noi stessi, le orecchie ci danno gli altri. Imparare ad ascoltare – davvero, non semplicemente a sentire – è imparare a fare spazio a chi non ci somiglia. Ed è qualcosa di più che un esercizio di buone maniere: ascoltare significa sapere, essere al corrente, non poter più fare finta di niente. Per questo lo svuotamento dell’educazione musicale nelle nostre scuole non è solo un impoverimento estetico. È una perdita civica silenziosa: priva intere generazioni di uno dei pochi luoghi protetti in cui si impara, quasi giocando, ad ascoltare l’altro e a costruire insieme a lui qualcosa di bello; e quindi, se i Greci avevano ragione, anche qualcosa di buono e di giusto.
Viviamo in un tempo in cui la violenza, l’ingiustizia, la disumanizzazione sembrano avanzare più in fretta di quanto riusciamo a comprenderle. In un tempo simile, forse, la bellezza smette di essere un lusso e diventa una testimonianza necessaria: la prova che i valori etici e universali non sono spariti, anche quando tutto sembra dimostrare il contrario. Non ci consola facendoci dimenticare la realtà. Ci ricorda, semmai, che dentro quella stessa realtà esiste ancora qualcosa che merita di essere protetto.
Mi torna in mente, ogni volta che penso a questo, un istante preciso di un’opera che ho raccontato altrove: l’Intermezzo di Cavalleria rusticana. Nel cuore di una tragedia di sangue e di vendetta, Mascagni ferma tutto, per pochi minuti, e lascia scorrere la musica più serena e luminosa di tutta la partitura, proprio un istante prima che il sangue arrivi davvero. Quella bellezza non nega la tragedia che sta per compiersi. La rende, semmai, più insopportabile da guardare, perché ci mostra con chiarezza tutto ciò che si sta per perdere. È forse questa la funzione più vera della bellezza: non distoglierci dal buio, ma illuminarlo abbastanza da farcelo riconoscere per quello che è.
Non credo che la bellezza, da sola, possa fermare la violenza del mondo. Ma credo che un mondo capace ancora di riconoscerla, di cercarla, di fermarsi per un istante ad ascoltarla, sia un mondo che non ha ancora smesso di credere che esista qualcosa per cui valga la pena lottare. Forse è proprio questo, più che una promessa di salvezza, il vero significato di quella frase: non che la bellezza ci salverà da sola, ma che finché continuiamo a cercarla, non siamo ancora del tutto perduti.
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Prima ancora che l’opera cominci, mentre il sipario è ancora chiuso, accade una cosa che nel 1892 non si era mai vista. Un uomo deforme, gobbo, sgraziato, scosta la tela e viene avanti a parlarvi. A voi. Non a un personaggio sulla scena: a voi, seduti in platea. Vi dice che l’autore ha voluto raccontarvi uno squarcio di vita vera. Vi avverte che quello che state per vedere è, insieme, finzione e verità. E vi ricorda una cosa che sembra ovvia e che non lo è affatto: che dietro il costume dell’attore c’è un uomo, uno come voi, che respira la vostra stessa aria, e che soffre davvero.
Poi torna dietro il sipario. E la commedia comincia.
Questo è il Prologo di Pagliacci, ed è la chiave di tutta l’opera. Perché Ruggero Leoncavallo, in quei pochi minuti, fa una cosa che il teatro imparerà a fare soltanto trent’anni più tardi, con Pirandello, con Brecht: rompe quella parete invisibile che separa il palcoscenico dalla sala — la “quarta parete” — e vi rende complici. Vi mette dentro. Vi dice, in anticipo, qual è il principio dell’opera: che la rappresentazione può trasformarsi in realtà, che la finzione può degenerare in verità. È tutto lì, annunciato prima ancora di cominciare. E fate attenzione a chi ve lo annuncia: il personaggio più torbido e più ambiguo di tutti. La verità dell’arte messa in bocca al villain. Tenete a mente anche questo, perché ci torneremo.
Pagliacci e Cavalleria rusticana viaggiano insieme da più di un secolo — due atti unici, spesso nella stessa serata, il dittico verista per eccellenza. Come Cavalleria, anche Pagliacci nasce da un giuramento: è successo davvero. Leoncavallo raccontava che suo padre, magistrato in Calabria, avesse giudicato un vero delitto di gelosia consumato in una compagnia di comici girovaghi, dalle parti di Montalto Uffugo, intorno al 1865. Vera o no che fosse questa storia, a lui premeva dirlo. Perché nel clima del verismo la formula “è accaduto davvero” dava al dramma una forza particolare: il teatro tratto dalla vita vera. L’idea più profonda del verismo è proprio questa — l’artista è un uomo che scrive con sangue e con lacrime vere.
Lasciate che vi racconti la storia, perché è semplice e terribile. Una compagnia di commedianti ambulanti arriva in un villaggio della Calabria, il giorno di festa, per dare spettacolo. Sono in quattro — e qui bisogna fare attenzione, perché di ciascuno conta non solo chi è nella vita, ma chi interpreta sul palco. È lì che si nasconde tutta la tragedia. A capo della compagnia c’è Canio, che nella commedia recita Pagliaccio, il marito. Sua moglie, giovane, si chiama Nedda, e sul palco è Colombina, la moglie civetta. C’è Tonio, deforme e disprezzato, che nella commedia fa Taddeo, il servo goffo che si strugge per Colombina e viene deriso. E c’è Beppe, che interpreta Arlecchino, l’innamorato di Colombina. Quattro nomi doppi: teneteli a mente, perché tra poco diventeranno una trappola.
Nella vita, intanto, va così. Tonio desidera Nedda, e lei lo respinge con durezza, umiliandolo. Ma Nedda ha un amante segreto, un giovane del paese, Silvio. Tonio, ferito, li scopre, e corre a dirlo a Canio. Canio sorprende la moglie, ma non riesce a vedere in faccia l’amante, e non le strappa il nome. La costringe, quella sera stessa, a salire sul palco e recitare la commedia — la commedia in cui Colombina tradisce Pagliaccio. Capite già dove stiamo andando.
Ma prima di arrivarci, guardiamo le persone, perché ognuna è un mondo.
Cominciamo da Nedda, perché è la sorpresa di quest’opera. Non è semplicemente la moglie infedele, è il personaggio della libertà naturale. C’è un momento, all’inizio dell’opera, in cui resta sola a guardare gli uccelli in cielo, e canta — è la Ballatella, “Stridono lassù”. Sembra che descriva soltanto gli uccelli in volo, ma “Stridono lassù” non è solo una descrizione naturalistica. È una proiezione del suo desiderio più profondo di libertà.
La sua sensibilità è elementare e quasi pagana: non ragiona in termini morali o sociali, ma in termini vitali. Per questo il suo linguaggio è pieno di immagini naturali. In Nedda ritroviamo qualcosa di simile alla letteratura del XIX secolo che celebra la libertà individuale e l’istinto vagabondo; non è una ribelle ideologica, ma una creatura istintivamente libera.
Curiosamente, Nedda è anche il personaggio meno verista di tutta l’opera. Canio, Tonio, il villaggio, vivono dentro una logica di possesso, di onore, di vendetta. Lei sembra venire da un’altra dimensione poetica, più antica e più luminosa. Anche la sua musica è diversa — più lirica, più leggera, simbolica e simbolista, come sospesa in aria. È come se Leoncavallo, per un attimo, aprisse una finestra su un mondo possibile, un mondo di libertà, un istante prima di chiuderla per sempre.
Poi c’è Canio. Il vero incubo di Canio non è soltanto che Nedda lo tradisca. È che tutti possano saperlo. È che tutti possano ridere di lui. Fermatevi su questo, perché è la stessa ferita che abbiamo incontrato in Cavalleria: l’onore, lo sguardo degli altri. Solo che qui è ancora più crudele, perché Canio fa il Pagliaccio di mestiere: vive facendo ridere la gente, di paese in paese, con la maschera del clown dipinta sul volto. Interpreta l’uomo tradito anche sul palcoscenico. Per un uomo così, il ridicolo non è un dispiacere: è una morte sociale. La crudeltà che Leoncavallo gli riserva è diabolica — il teatro lo costringe a rivivere in pubblico, truccato, davanti alle stesse persone che potrebbero ridere di lui, la propria umiliazione privata. È in questo momento che nasce l’aria più famosa dell’opera, “Vesti la giubba”: non è un’aria nel senso tradizionale, non è un pezzo di bel canto, è un monologo psicologico, un uomo che ordina a se stesso di dipingersi la faccia e andare a far ridere la gente mentre sta morendo dentro. “Ridi, Pagliaccio”, ridi sul tuo amore infranto. Alla fine Canio ucciderà Nedda ancora con la maschera di Pagliaccio sul volto. Il riso è diventato tortura. La maschera ha consumato la faccia.
Colui che mette in moto tutto questo è Tonio. Ma non chiamatelo semplicemente il rivale, o il delatore, perché è molto di più: è colui che costruisce la tragedia, con calma, con metodo, quasi con arte. È un Iago verista. Ma a differenza di Iago, il rancore di Tonio nasce da una condizione esistenziale che non può cambiare: e da tre ferite — la frustrazione erotica, l’umiliazione pubblica, e la sua condizione di emarginato. Leoncavallo insiste sul suo corpo — gobbo, sgraziato, respinto — perché nell’Ottocento la deformità fisica era il marchio dell’esclusione. Tonio è il risentimento dell’escluso fatto carne. Non è un mostro: è un uomo ferito che decide di trasformare la propria ferita in distruzione. Ed è una figura molto più inquietante di un mostro, perché la riconosciamo. Anticipa un personaggio che la letteratura del Novecento metterà al centro: l’uomo dominato dal risentimento sociale.
Se Canio è la gelosia, Tonio è il rancore. Canio reagisce d’impulso, Tonio compone la sua vendetta come si compone una partitura. E ricordate — è proprio quest’uomo, l’escluso, il rancoroso, che nel Prologo è venuto a dirci la verità sull’arte. Il personaggio più oscuro è anche la voce della verità artistica e questo crea un paradosso molto moderno: la verità dell’arte viene annunciata dal personaggio moralmente più ambiguo.
E adesso arriviamo all’invenzione più vertiginosa di tutte, il secondo atto. Perché nel secondo atto noi assistiamo alla commedia che la compagnia recita per il villaggio, che racconta, per una coincidenza atroce, esattamente la storia che sta accadendo nella vita vera: Colombina — cioè Nedda — aspetta di nascosto il suo innamorato Arlecchino mentre il marito Pagliaccio — cioè Canio — è lontano, e a farle da ruffiano c’è Taddeo, il servo respinto, cioè Tonio, che sul palco si strugge per Colombina esattamente come nella vita si strugge per Nedda.
Ogni maschera restituisce a chi la indossa la propria stessa vita. E Canio, che nella commedia è il marito tradito, deve fingere di prenderla a ridere — proprio lui, che il marito tradito lo è per davvero. Così, quando “Pagliaccio” pretende dalla moglie il nome dell’amante, quella smette di essere una battuta: è Canio che chiede a Nedda il nome di Silvio. All’improvviso, ci sono due pubblici, che si specchiano nelle diverse dimensioni del teatro: noi nel pubblico reale, in platea e nei palchi del tetro, e il villaggio sulla scena che guarda lo spettacolo. E quando la tragedia esplode — quando Canio smette di recitare, e il coltello diventa vero — tutti e due i pubblici vedono la stessa identica scena. Il risultato è vertiginoso: la linea tra spettacolo e realtà scompare. Ma il pubblico interno, quello del villaggio, continua a credere che sia teatro, pensa a una recitazione magnifica. Canio uccide davvero, e per qualche secondo la gente resta lì, ad aspettare la battuta successiva, perché la realtà è arrivata prima che qualcuno riuscisse a riconoscerla.
Poi arriva quella frase. La conoscete anche se non avete mai visto quest’opera, perché è entrata nell’immaginario collettivo: “La commedia è finita”. Leoncavallo la affida a Tonio: l’uomo che ha aperto lo spettacolo con il Prologo è lo stesso che lo chiude. È lui la cornice, il narratore, il regista nascosto dentro l’opera: apre lo spettacolo, mette in moto la trama e resta ad osservare il disastro finale
Quella frase significa due cose insieme. È finita la commedia dentro l’opera, sì. Ma è finita anche l’illusione del teatro stesso. La maschera è stata strappata, e dietro c’era un uomo vero, con sangue vero. Nessuna catarsi, nessuna redenzione, nessuna grande aria d’addio a consolarci: la brutale onestà del verismo. Solo un uomo in costume, un coltello, e una frase che cala il sipario sull’idea stessa che il teatro e la vita siano due cose separate.
E’ per questo che Pagliacci, tra tutte le opere veriste, è la più moderna. Perché la maggior parte di esse è realistica: ci mostra la vita vera. Pagliacci fa qualcosa di diverso, e di più profondo: è un’opera sul teatro. Sugli attori, sulle maschere, sul pubblico, sulla rappresentazione. È una riflessione filosofica su cosa significhi recitare, travestita da melodramma di settanta minuti.
Pirandello costruirà tutto il suo teatro su questa domanda — dov’è che finisce la maschera e comincia l’uomo? — trent’anni più tardi.
Se la mettete accanto alla Cavalleria, come si fa da più di un secolo, vedrete che le due opere completano un unico pensiero. In Cavalleria i personaggi appartengono alla comunità, il coro/villaggio è lo sfondo della loro esistenza quotidiana e la tragedia avviene perché nessuno può sottrarsi allo sguardo collettivo e alla pressione sociale. In Pagliacci, i protagonisti vivono fuori dalla comunità e la tragedia nasce dal collasso tra teatro e vita, dall’istante in cui non riusciamo più a separare la maschera dal nostro volto. Qualcosa, di tutto questo, lo sappiamo ancora. Noi che passiamo le giornate a recitare una versione di noi stessi, e ogni tanto non ricordiamo più bene quale sia la faccia e quale la maschera.
L’uomo deforme, all’inizio, ci aveva avvertiti. Ce l’aveva detto chiaramente: era teatro, ed era vero. Tutte e due le cose insieme. Non gli abbiamo creduto fino in fondo — non ci si crede mai, all’inizio. E poi la commedia è finita.


