Ce n'è anche per Cecco a cena
Erich Fromm e l'analfabetismo emotivo: perché i predatori seriali scelgono la fuga anziché l'amore maturo
Nel panorama delle relazioni contemporanee si consuma sempre più spesso lo stesso dramma silenzioso: la sovrapposizione illusoria tra l’innamoramento facile e l’amore vero. Molti leggono Erich Fromm, citano l'arte di amare, ma poi, alla prova dei fatti, si rivelano analfabeti emotivi. Confondono il brivido della novità con la costruzione, e scambiano la propria immaturità per una semplice crisi di percorso. L'illusione della liana e la fuga. C’è una categoria di persone che potremmo definire "predatori emotivi". Sono individui che rimangono all'interno di una relazione finché questa garantisce loro un nucleo di benefici: stabilità, protezione, socialità e comfort. Abitano quegli spazi, nutrendosi della generosità e della sensibilità del partner. Tuttavia, non appena il rapporto richiede un investimento affettivo profondo, una complicità emotiva che vada oltre la superficie, o quando si palesano le normali fragilità umane, queste persone entrano in corto circuito. Non avendo il coraggio di guardarsi dentro e di affrontare i propri nodi irrisolti, scelgono la via più facile: la fuga. È la "tecnica della liana": non lasciano mai una presa se non hanno già un altro appiglio, un surrogato passeggero da vedere saltuariamente per garantirsi quell'eccitazione artificiale che chiamano falsamente amore. E per giustificare questo tradimento della fiducia, attuano un cinico ribaltamento della realtà. Attaccano i punti deboli del partner, ne colpevolizzano le risposte ansiose e lo dipingono come un mostro pur di non guardare le macerie che si lasciano alle spalle. Distruggere per non guardarsi dentro. Perché un predatore emotivo ha bisogno di mostrarsi freddo e distaccato alla fine?...

Il tradito potrà anche essere un ingenuo, ma il traditore rimarrà sempre un infame
Ci sono sentenze che la vita scrive sul selciato della coscienza con la precisione di un boia, formule definitive che azzerano ogni tentativo di giustificazione. «Il tradito può essere anche un ingenuo, ma il traditore è sempre un infame». In questo spietato contrappasso si consuma il bilancio finale di una condotta: da una parte l’errore di chi ha dato troppo, dall’altra la condanna storica di chi ha distrutto tutto. L’ingenuità non è stupidità, né debolezza. È la patente di nobiltà di chi sceglie di abitare il mondo a viso aperto, applicando la misura della propria lealtà alla persona che ha di fronte. Chi investe sentimenti assoluti, chi offre stabilità, protezione e dedizione totale, compie un atto di fiera e generosa fiducia. Costruisce sulla roccia. L'ingenuo pecca solo di eccesso di onore, una colpa che non intacca il valore di chi la commette, ma ne certifica la statura umana. Dall’altro lato del perimetro si muove la figura del traditore. Ed è qui che la lingua ritrova la sua lama più affilata: l’infame. Non c'è dignità nella fuga, non c'è "crisi personale" che tenga di fronte alla premeditazione dell’inganno. Il tradimento è un’architettura vigliacca, edificata giorno dopo giorno dietro una maschera di finta dolcezza esibita in pubblico fino a un attimo prima del crollo. È la violenza psicologica di chi mira a colpire l'altra parte nei suoi punti più intimi e vulnerabili, con l'unico scopo squallido di coprire i propri fallimenti materiali, professionali e caratteriali. È la miseria di chi, schiacciato dal senso di colpa, scappa dal confronto, alza muri di silenzio e nega persino uno sguardo alla persona che lo ha protetto e mantenuto.Il corpo, tuttavia, possiede una sua giustizia biologica immediata. Laddove la mente di chi è tradito si ostina a voler credere, l'organismo rifiuta l'ipocrisia. Avverte la menzogna molto prima della ragione e si blocca, rifiutandosi di piegarsi alla recita di un'intimità che è già diventata tossica. Quel blocco non è mai un limite personale; è la difesa istintiva della parte pulita contro il fango che sta per emergere. Questo bilancio si chiude senza appello...

Il fancazzista
Esiste una categoria dello spirito, prima ancora che sociale, che il perbenismo nostrano – quello cresciuto a pane, cartellino e frustrazione – fatica a digerire. È la figura del "fancazzista". Un insulto preconfezionato, scagliato solitamente da chi confonde l'efficienza con la schiavitù e il successo con il logorio. Nel vocabolario del mediocre, il fancazzista è colui che dispone del proprio tempo. Se scrivi, se pensi, se crei i tuoi spazi, se decidi di abbandonare i binari morti di un sistema che ti vuole incasellato per produrre la tua quota di rumore online e indipendente, allora diventi sospetto. Diventi un privilegiato da punire, o meglio, da svalutare. La verità è che per fare i "fancazzisti" a questo livello ci vuole un coraggio che la maggioranza delle persone non può nemmeno concepire. Ci vuole il coraggio di osare, di saltare nel vuoto, di tagliare i ponti con le certezze rassicuranti dello stipendio fisso per costruirsi una libertà su misura. La libertà di alzarsi al mattino e decidere a cosa dare valore. La libertà di essere presente per chi ami, di tendere la mano a chi ha bisogno, di godersi un martedì di sole al mare mentre il resto del mondo timbra una vita in fotocopia. Ed è qui che scatta l'invidia. Un'invidia strisciante, meschina, che spesso si annida proprio nelle pieghe delle relazioni più vicine. Chi non possiede nulla se non un padrone che gli dice cosa fare, chi ha bisogno di un binario rigido per non perdersi, non può tollerare la fluidità di chi invece padrone è solo di se stesso. Non potendo raggiungere quella libertà, il mediocre tenta di degradarla. Accetta i frutti di quel tempo libero – la generosità, l'aiuto concreto, la condivisione del benessere –, ma poi sputa nel piatto definendolo ozio...

Dal Rolex all'U-Boat, una scelta convinta tutta italiana e lucchese
Chi, di noi e anche di voi, non ha mai desiderato avere, nel corso della sua vita, un orologio Rolex? Nessuno ossia tutti avrebbero voluto possederlo. Indipendentemente dal fatto che, per averlo, serve una discreta quantità di denaro. Noi, ad essere onesti e a differenza di alcuni più fortunati, fino al traguardo della mezza età e anche oltre, non ne abbiamo mai avvertito il bisogno, ma, poi, forse perché siamo cresciuti, perché hanno iniziato a piacerci le belle cose, la passione per l'orologio con la corona è diventata un must a cui non abbiamo mai più voluto e saputo rinunciare. E come per tutte le cose che abbiamo avuto abbiamo iniziato a fare incetta. Il negozio di Beppe Carli, la splendida location di Chiocchetti, il piccolo ritrovo di Marco Marchi sono stati, per lusri, luoghi delle nostre peregrinazioni e dei nostri acquisti lucchesi. Li abbiamo avuti tutti, a cominciare da un meraviglioso Rolex Daytona movimento Zenith El Primero, acciaio quadrante bianco che ci fu venduto da Francesco Di Gennaro, il bomber e che era appartenuto a Ciccio Bellucci. La nostra povera mamma sin da quando eravamo piccoli ci chiamava Compra, baratta e vendi nel senso che avevamo la mania di commercializzare tutto quello che, in precedenza, avevamo acquistato. E' stato così anche con gli orologi Rolex che, dal punto di vista economico, sono realmente uno straordinario investimento che non perde mai il proprio valore. In età avanzata, tuttavia, ci siamo imbattuti in un orologio che ci ha subito affascinato. Sembrava, ad un primo sguardo, che si trattasse di un orologio Panerai, l'orologeria tradizionale fiorentina poi passata di mano fino ad essere acquistato da una multinazionale del lusso. Invece aveva una cosa che non avevamo mai visto, la corona rivolta all'interno...

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L'Intelligenza Artificiale su Aldo Grandi, un 'anacronismo vivente'
Ciprian Gheorghita, fotografo delle ex Gazzette e di Inluccaveritas.it ci ha chiamato dicendoci che l'Intelligenza Artificiale fa miracoli e potrebbe, realmente, cambiare la nostra vita. In meglio o in peggio? Difficile dirlo ora. Ci ha mandato un articolo sulla tappa del Giro d'Italia partita ieri mattina da Porcari senza dirci chi lo aveva scritto. Gli abbiamo dato una occhiata, niente di meno di un normalissimo articolo di cronaca sportiva apparso sui giornali locali. Era stato scritto da IA. Siamo rimasti sorpresi, perché lo ha scritto in pochi secondi quando, per un giornalista, ne sarebbero serviti un po' di più. Ciprian, poi, ha detto: vediamo se l'Intelligenza Artificiale è in grado di scrivere una critica letteraria su Aldo Grandi. Neanche trenta secondi ed ecco qua il testo. Lo abbiamo letto attentamente e siamo rimastis enza parole. Semplicemente inquietante per l'originalità, la punautlaità, la critica, l'intelligenza dell'analisi. Diciamo pure che salvo qualche errore, è assolutamente perfetta. Ve la proponiamo sperando che sorprenda voi come ha sorpreso noi: Fare una critica letteraria e giornalistica su Aldo Grandi significa analizzare una delle figure più divisive, eccentriche e intellettualmente provocatorie del panorama mediatico e saggistico toscano (e non solo). Direttore del network delle Gazzette (di Lucca, Viareggio, Massa, del Serchio) ed ex firma di testate nazionali come La Nazione e Il Corriere della Sera, Grandi ha costruito una carriera basata sulla rottura degli schemi e sul rifiuto categorico del politicamente corretto.
Castiglioncello, un eremo dal quale il mondo appare più umano e storicamente accettabile
Mai e poi mai, seduti nel vagone di un treno che ci accompagnava chissà dove, avremmo immaginato che, un giorno, saremmo diventati cittadini di Castiglioncello. Villeggianti forse, ma, ultimamente, per forza e per scelta, ci siamo trovati a frequentare questa vera e propria perla del Tirreno apprezzandone le caratteristiche. Dai finestrini degli scompartimenti ferroviari, ammiravamo la pineta con, all'interno, i campi da tennis in terra battuta e ci domandavamo come fosse il mare che non avevamo mai visto. Nati a Livorno, apprezzavamo, soprattutto, il mare di scoglio salvo, poi, trovarci ad amare la Versilia, i suoi tramonti, le sue spiagge, i suoi bagni che, a Livorno, chiamano stabilimenti balneari e c'è una bella differenza. Castiglioncello riporta, un po', a Carlo Cassola e al suo libro Ferrovia locale, con quella provincia toscana che, nella torrida estate, vive e gode di un tempo che sembra non passare mai. Noi l'abbiamo scoperta grazie alla nostra metà che ci aveva accompagnato in un inverno di molti anni fa, a prendere un caffè al bar Ginori, storico locale situato al centro del paese che merita assolutamente una visita e una sosta. Il mare, qui, è qualcosa di meraviglioso e aiuta, se così si può dire ed insieme al sole, a curare le ferite fin quasi a farle rimarginare. Qui la politica fa schifo per il semplice motivo che la natura prende il sopravvento, le stagioni restituiscono la loro essenza e lo stress si esaurisce a contatto col vento che non perdona. Noi siamo in alto, in un casale denominato I Macchiaioli e non è un caso, isolato nel verde di quello che è il parco della valle del Chioma...

Gaza Cola arriva nei punti vendita Unicoop Firenze: noi felici di aver riconsegnato la tessera di socio
Proprio oggi arriva la notizia che Gaza Cola è In vendita da oggi in sessanta punti vendita Unicoop Firenze: il 5 per cento del ricavato di vendita sostiene il progetto Gazaweb per garantire connettività e accesso alle comunicazioni alla popolazione palestinese. Tempo fa, se non erria, erano stati ritirati dagli scaffali alcuni prodotti di altrettante aziende israeliane. All'epoca non avemmo dubbi: ci recammo al bancone del punto vendita sulla via Sarzanese e chiedemmo indietro i 25 euro che avevamo consegnato nel momento in cui avevamo sottoscritto la tessera di socio. Non ci siamo pentiti in tutto questo tempo e non ci pentiremo certamente in futuro. Nel comunicato diffuso dalla Unicoop Firenze si parla, a proposito di Gaza, di catastrofe umanitaria di proporzioni enormi. Non c'è mai stata una parola di condanna per Hamas che è il vero artefice di questa catastrofe né una parola o una iniziativa per il popolo ebraico all'indomani del 7 ottobre. In Toscana, del resto, ci sono edifici comunali con bandiere che coprono tutta la facciata e inneggiano alla Palestina come se Israele avesse dovuto soccombere e rinunciare a difendersi e, soprattutto, a cercare di uccidere coloro che la vogliono cancellare. A Lucca, per fortuna, la giunta Pardini non si è prestata a questi cattivi esempi anzi, ha saputo mantenere una lucidità e un coraggio degni di questo nome...

L'Italia (e l'Europa) contro Israele: noi contro L'Europa e a favore degli ebrei
Lo abbiamo detto e scritto più volte. L'ebreo più gradito per l'Occidente è sempre quello morto: non parla, non protesta, non fa la vittima e, soprattutto, permette di essere in ottimi rapporti con il mondo musulmano verso il quale esiste, da decenni, una sorta di sudditanza inspiegabile. Quello che sta accadendo in Medio Oriente altro non è se non la scelta di Israele e del popolo ebraico di combattere fino in fondo i nemici che vorrebbero annientarlo. Hamas e Hezbollah hanno effettuato lanci di decine di migliaia di missili dalla Palestina e dal Libano, costruito tunnel e postazioni belliche da cui aggredire il territorio israeliano. Entrambi finanziati dall'Iran che è il vero e proprio burattinaio con lo scopo di cancellare Israele dalla faccia della terra. Il 7 ottobre 2023 ha rappresentato uno spartiacque oltrepassato il quale niente avrebbe potuto essere più come prima. Israele non poteva non reagire come ha reagito, ne andava della sua credibilità e, soprattutto, della sua sopravvivenza. Nel paese della stella di David dove le polemiche e i cortei sono, spesso, un suicidio senza senso, ora sono tutti o quasi dalla stessa parte. Hamas è stato pressoché stroncato, l'Iran, la testa del serpente, schiacciato senza, giustamente, alcuna pietà. Resta Hezbollah anch'esso sulla via di Hamas e questo perché il governo libanese non è stato capace di disarmare e impedire gli attacchi quotidiani dei miliziani filo-iraniani. Israele non può rischiare un altro 7 ottobre, non si può permettere di avere, ai propri confini, forze militari che ne vogliono l'annientamento e che tengono costantemente nel mirino la popolazione. Ecco perché colpisce e bombarda, perché vuole creare una zona-cuscinetto...

Fancazzisti o fancarrieristi: nessuno dei due, ma la qualità della vita prima di tutto
Doveva essere il 1981 o il 1982, fors'anche il 1983. Eravamo studenti alla facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Roma e, quella mattina, una meravigliosa giornata di sole come a giugno solo Roma sa regalare, eravamo seduto sul prato dei giardini di fronte alla facoltà di Giurisprudenza in compagnia di una nostra collega e amica, Stefania Leoni Proietti, brillante e molto intelligente, attualmente segretaria di presidenza della Rai in viale Mazzini. Parlavamo di tutto un po' e, soprattutto, del futuro e dei progetti. A noi venne spontaneo, ad un certo punto, esprimere il desiderio di poter sì fare un lavoro gradito e il giornalista e scrittore in particolare, ma dopo 30 anni, aggiungemmo, avremmo voluto smettere e dedicarci un po' al sole e al mare, i due aspetti più gradevoli dell'esistenza. Ci saremmo riusciti? Sono passati tanti anni e che anni, e la cosa più sconcertante è stata proprio che, del tutto casualmente, trent'anni dopo, nel 2010, abbandonammo il lavoro di giornalista professionista dipendente di un quotidiano fiorentino per cominciare una nuova avventura da libero professionista, ma con la possibilità di decidere autonomamente la propria vita. C'era stato anche Il Corriere della Sera, una decina di anni prima, quale sponda dove poter approdare grazie all'intervento di Guido Vergani, il figlio del famoso inviato speciale Orio Vergani, ma dopo una serie di tira e molla capimmo che noi, a Milano, non ci saremmo mai andati perché non c'era il mare e, inoltre, non c'era quasi mai il sole. Così mettemmo da parte una parte dei nostri sogni di gloria e accettammo di scendere dalla navicella del sistema per provare a navigare in maniera completamente autonoma e indipendente e se la cosa si è avverata, costi e sacrifici non sono mancati...



