Economia e lavoro
Il volto umano della giustizia: Domenico Manzione
Link al video completo: https://youtu.be/7lVB2Eohxgo?si=wVxZF5OaYMkaRkDY Nel terzo appuntamento del canale condotto da Mariella Bonacci, l’ex procuratore della Repubblica ripercorre una lunga carriera tra tribunali e istituzioni. Ne nasce un…

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Nel terzo appuntamento del canale condotto da Mariella Bonacci, l’ex procuratore della Repubblica ripercorre una lunga carriera tra tribunali e istituzioni. Ne nasce un confronto vivace sulla giustizia italiana, sugli errori, sulla responsabilità della toga e sulla necessità di non perdere mai di vista le persone.
Si può amministrare la giustizia senza smarrire l’umanità? Si può indossare una toga, pronunciare una sentenza e continuare a vedere, dietro il fascicolo, le persone?
Da queste domande prende vita il terzo appuntamento di In Voce Veritas, il canale condotto da Mariella Bonacci. In Versilia, davanti alle telecamere, c’è Domenico Manzione, una delle figure più autorevoli del panorama giuridico e istituzionale italiano: già procuratore della Repubblica a Lucca, sottosegretario al Ministero dell’Interno e magistrato con una carriera lunga, articolata e vissuta sempre lontano dalle pose da palcoscenico.
Bonacci lo presenta come «il volto umano della giustizia». Non è una formula di circostanza, ma la chiave dell’intera intervista.
Perché si può discutere di leggi, processi, responsabilità e riforme, ma alla fine la questione resta una: quanta umanità riesce a conservare chi, ogni giorno, è chiamato a decidere della libertà, della reputazione e, in qualche modo, della vita degli altri?
Una carriera attraversando la giustizia italiana
Manzione comincia la propria carriera a Firenze, accanto a professionalità che hanno lasciato un segno profondo nella sua formazione. Prosegue a Monza e successivamente arriva a Lucca, dove svolge gran parte della propria attività.
Nel suo percorso ci sono anche l’incarico di procuratore ad Alba, il lavoro nella struttura legislativa del Ministero della Giustizia, l’esperienza alla Scuola superiore della magistratura, quella alla Procura generale di Firenze e il ruolo di sottosegretario al Ministero dell’Interno.
Una carriera che attraversa decenni di storia italiana e che permette a Manzione di osservare la giustizia da più punti di vista: dall’aula del tribunale, dagli uffici ministeriali, dalle istituzioni politiche. Non capita spesso e forse è proprio questa pluralità di esperienze ad avergli insegnato a diffidare delle risposte troppo semplici, perché la giustizia, quando viene raccontata male, sembra sempre semplicissima. C’è il colpevole, c’è la vittima, c’è il magistrato e ci dovrebbe essere una sentenza rapida, possibilmente severa. Poi si apre davvero un fascicolo e ci si accorge che la realtà ha il pessimo vizio di essere più complicata dei commenti sui social.
L’errore esiste. Il problema è non nasconderlo
Mariella Bonacci affronta, come di consueto senza giri di parole, uno dei temi più delicati: l’errore giudiziario.
Manzione non cerca ripari. Non sostiene che il sistema sia infallibile e non si rifugia dietro l’autorevolezza della funzione. L’errore, spiega, appartiene a ogni attività umana. Può nascere dalle informazioni disponibili in un determinato momento, dalle condizioni nelle quali si lavora e dai limiti, inevitabili, di chi deve decidere.
«Non è pensabile che un sistema non incorra in errore. L’importante è riuscire a ridurlo il più possibile e correggerlo in tempi brevi».
Il riferimento ai tempi brevi strappa quasi un sorriso amaro. Bonacci sottolinea infatti come la lentezza della giustizia italiana sia, in molti casi, «imbarazzante». Per chi aspetta una decisione, d’altronde, il tempo non è un dettaglio tecnico, non è una data rinviata sull’agenda, ma è un pezzo di vita trascorso nel dubbio, nella paura o nella vergogna. Talvolta una persona viene assolta dopo anni, ma nel frattempo ha già scontato una pena che nessun tribunale ha formalmente pronunciato: quella del sospetto, dell’esposizione pubblica e della reputazione perduta.
La vera forza di un sistema giudiziario, allora, non consiste nel dichiararsi perfetto. Consiste nell’avere strumenti seri per riconoscere e correggere i propri errori.
Il magistrato non può diventare un burocrate della condanna
Il cuore dell’intervista arriva quando si parla dell’umanità di chi giudica. «Nessun magistrato dovrebbe dimenticarla mai», afferma Manzione.
All’apparenza sembrerebbe una frase semplice, ma dentro c’è un intero modo di concepire la giustizia. Il magistrato non può limitarsi a incasellare fatti e persone in categorie astratte, deve conoscere la legge, naturalmente, ma deve anche essere capace di ascoltare, comprendere e distinguere.
Chi giudica non può diventare un burocrate della condanna, non può osservare un’imputazione e smettere di vedere la persona che ne è destinataria. Allo stesso modo, non può lasciarsi affascinare dalla figura dell’accusato fino a dimenticare chi ha subito il reato.
Bonacci ricorda una riflessione ascoltata durante una precedente intervista: nel processo bisognerebbe guardare anche a chi ha commesso il reato come a una possibile vittima della propria storia e delle condizioni che lo hanno condotto fin lì.
Manzione condivide soltanto in parte. Il giudice deve certamente comprendere entrambe le posizioni, ricostruire le circostanze e interrogarsi sulle responsabilità individuali, ma senza mai confondere i piani: «La vittima rimane la vittima».
L’umanità, dunque, non è indulgenza indiscriminata, non significa assolvere tutti, trovare sempre una giustificazione o trasformare il colpevole nell’unico protagonista del processo. Significa condannare quando è necessario, senza disumanizzare, significa ricordare che lo Stato deve restare Stato anche davanti a chi ne ha violato le leggi.
La giustizia non deve essere vendicativa. La vendetta è, infatti, immediata, soddisfa la pancia e raccoglie applausi, mentre la giustizia ha l’ingrato compito di ragionare.
Chi sbaglia deve pagare. Ma come?
Il dialogo si fa ancora più serrato quando Bonacci pone una domanda ricorrente nel dibattito pubblico: se un magistrato sbaglia, perché dovrebbe pagare lo Stato e non il magistrato stesso?
Manzione risponde con chiarezza. Immaginare che un magistrato debba rispondere personalmente di tutte le conseguenze economiche delle proprie decisioni, magari per cifre milionarie, significherebbe rischiare di paralizzare l’azione giudiziaria. Ogni scelta verrebbe compiuta non soltanto sulla base della legge, ma con il timore di perdere il proprio patrimonio.
Il magistrato esercita un potere dello Stato e agisce in nome dello Stato. Per questa ragione, normalmente, è quest’ultimo a rispondere degli errori commessi nell’esercizio della funzione. Resta diverso il caso del dolo o di irregolarità tanto gravi da giustificare una responsabilità personale.
Il punto, ancora una volta, è trovare un equilibrio. Da una parte il cittadino ingiustamente danneggiato ha diritto a essere tutelato, mentre dall’altra, chi giudica deve poterlo fare senza essere condizionato dalla paura di una rovina economica.
Le risposte semplici funzionano molto bene nei comizi. Gli equilibri, purtroppo per chi ama gli slogan, funzionano meglio negli Stati di diritto.
«Tanto li arrestano e poi li rimettono fuori»
Nel corso dell’intervista trova spazio anche una delle frasi più amate dall’opinione pubblica: «Tanto li arrestano e poi il giudice li rimette subito fuori».
Convinzione che ritorna puntuale ogni volta che un arrestato viene scarcerato o sottoposto a una misura meno grave. A quel punto il copione è già pronto: le forze dell’ordine lavorano, il magistrato vanifica tutto e il delinquente torna tranquillamente in strada.
Manzione invita a non confondere la rabbia con la realtà. Il giudice non dovrebbe fare altro che applicare la legge sulla base degli elementi a disposizione. Un arresto, quindi, non equivale a una condanna e la scarcerazione, di fatto, non è necessariamente un gesto di clemenza. Tra i due momenti esistono le indagini, il diritto di difesa, il contraddittorio e il processo.
Dare per colpevole chi è stato arrestato significa considerare superfluo tutto ciò che dovrebbe venire dopo e se il processo diventa inutile, prima o poi diventa inutile anche la democrazia.
Questo non diminuisce il rispetto per il lavoro delle forze dell’ordine, sul quale Bonacci e Manzione concordano pienamente, significa soltanto riconoscere che polizia e magistratura svolgono funzioni differenti, entrambe necessarie.
Bonacci, con la sua consueta franchezza, riassume perfettamente il problema: «Bisognerebbe parlare più spesso con te per non parlare da bar, perché è facile parlare alla pancia della gente».
Manzione ride. Ma nella battuta c’è una verità scomoda: la giustizia spiegata male produce molta indignazione e pochissima consapevolezza.
Il processo trasformato in una partita di calcio
La conversazione arriva anche al caso Garlasco, diventato ormai qualcosa di più di una vicenda giudiziaria. Ci troviamo dinnanzi a un racconto collettivo, un appuntamento televisivo permanente, quasi una serie alla quale ogni giorno viene aggiunto un nuovo episodio.
Manzione e Bonacci concordano sul fatto che se ne parli in maniera eccessiva. Alla base c’è anche una caratteristica molto italiana: la tifoseria. Non si segue più un processo per comprenderne gli sviluppi, ma si sceglie una squadra. Innocentisti da una parte, colpevolisti dall’altra. Ogni perizia diventa un gol, ogni indiscrezione un calcio di rigore, ogni dubbio un torto arbitrale e guai a cambiare idea: nel tifo, la coerenza con la propria curva conta più della verità.
Il problema, in realtà, non riguarda soltanto Garlasco. Quando un processo viene trasformato in spettacolo, l’accertamento dei fatti rischia di passare in secondo piano e l’imputato diventa un personaggio, la vittima un simbolo e il dolore una scenografia.
La giustizia, però, non dovrebbe avere bisogno degli ascolti televisivi.
Magistratura, informazione e quella stagione sul palcoscenico
Bonacci porta poi la discussione verso la fine della Prima Repubblica e la stagione in cui una parte della magistratura sembrò assumere, anche nell’immaginario collettivo, il ruolo di depositaria di una rigenerazione morale del Paese.
Manzione riconosce che vi sia stato un periodo di grande spettacolarizzazione, ma evita di assegnare tutte le responsabilità ai magistrati. A suo giudizio si verificò una convergenza fra magistratura e mezzi di comunicazione: le inchieste producevano notizie, le notizie alimentavano l’attenzione dell’opinione pubblica e quella stessa attenzione finiva per incidere sulla vita politica. Una macchina capace di alimentarsi da sola.
Il rischio nasce quando il diritto procede per interventi frammentari, costruiti sull’emergenza del momento. Manzione parla di un’azione «rapsodica» che aumenta il tasso di confusione dell’intero sistema. Il legislatore, allora, anziché elaborare un progetto complessivo, finisce per inseguire il caso del giorno e la legge diventa così una risposta immediata all’ultima indignazione pubblica. Fa rumore, conquista un titolo e spesso arriva già vecchia al problema successivo.
Dove sono finiti gli statisti?
Dalla giustizia alla politica il passo è breve. Bonacci cita alcuni protagonisti della Prima Repubblica — Craxi, Berlinguer, Almirante, Moro, Andreotti, Spadolini — e sostiene che l’attuale classe dirigente non regga il confronto. Manzione definisce severo il giudizio, ma riconosce il problema.
Si dice che il politico guardi al piatto del giorno, mentre lo statista guardi al lungo periodo. Oggi, però, le figure capaci di costruire una visione che superi la prossima scadenza elettorale sembrano sempre più difficili da individuare.
Anche la politica, osserva Manzione, è figlia del proprio tempo e il nostro è il tempo nel quale le dichiarazioni più pesanti vengono lanciate sui social, ridotte a poche righe, riprese dai quotidiani e consumate nel giro di una giornata. Non esattamente il terreno più fertile per il pensiero complesso. Uno statista dovrebbe guardare lontano, ma la comunicazione contemporanea gli chiede di controllare ogni cinque minuti quanti “mi piace” ha ricevuto.
Manzione non lo dice per giustificare i politici. Lo dice per descrivere l’ambiente nel quale oggi la politica cresce, o forse si restringe.
Il momento più bello? Aver evitato il carcere a chi non lo meritava
Quando Mariella Bonacci chiede quale sia stato il momento più bello della sua carriera, Manzione avrebbe a disposizione molti processi, incarichi prestigiosi e passaggi istituzionali da ricordare. Sceglie invece una risposta assai meno celebrativa e molto più significativa. Parla delle occasioni nelle quali ha saputo cambiare idea e della soddisfazione provata quando è riuscito a evitare il carcere a chi non meritava quel patimento.
Forse è proprio qui che emerge fino in fondo il magistrato raccontato dall’intervistatrice: non l’uomo che misura la propria carriera sul numero delle condanne ottenute, ma quello che considera un successo anche avere impedito un’ingiustizia.
In un’epoca nella quale cambiare opinione viene spesso scambiato per debolezza, Manzione ricorda che per un magistrato può essere esattamente il contrario. Ostinarsi per difendere la propria tesi è facile, mentre rimettere in discussione il proprio convincimento, quando la libertà di una persona dipende da quella scelta, richiede molto più coraggio. Il dubbio, quando è onesto, non è il nemico della giustizia, ma uno dei suoi strumenti più preziosi.
L’amarezza di un’inchiesta che lasciò ferite profonde
Nel finale dell’intervista affiora anche il ricordo di una delle vicende più dolorose vissute sul territorio: l’inchiesta nata dal commissariato di Forte dei Marmi e poi allargatasi alla Questura di Lucca.
La Bonacci ricorda il clima di quegli anni e i suicidi che accompagnarono la vicenda. Manzione sottolinea con amarezza che a togliersi la vita furono anche persone non coinvolte nei fatti contestati.
Questo è, probabilmente, punto nel quale le riflessioni precedenti smettono di essere teoria. Un’indagine può essere necessaria, fondata e doverosa, ma resta comunque un evento capace di travolgere esistenze, famiglie e reputazioni. Proprio per questo chi la conduce deve possedere rigore, equilibrio e misura.
Manzione ricorda anche le dichiarazioni dell’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che espresse pubblicamente il proprio disappunto per l’inchiesta avviata nei confronti del commissariato di Forte dei Marmi. Un intervento che, a suo giudizio, non contribuì a rasserenare un quadro già molto difficile.
In pensione, ma non troppo
Domenico Manzione ha lasciato la magistratura ordinaria, ma la parola pensione sembra descrivere soltanto una parte della realtà. Continua, infatti, a svolgere l’attività di giudice tributario e dedica tempo alla scrittura “meta-giuridica”: una riflessione che parte dal diritto, ma prova a guardare oltre i codici, verso la società, la politica e le contraddizioni del nostro tempo.
Durante l’intervista anticipa anche possibili novità editoriali per l’autunno. Non aggiunge molto altro, lasciando aperta una piccola porta sulla curiosità.
Il terzo appuntamento di In Voce Veritas si chiude senza formule miracolose e senza sentenze pronunciate dal salotto ed è forse questo il suo merito maggiore.
Dalla conversazione fra Mariella Bonacci e Domenico Manzione emerge una giustizia meno comoda di quella raccontata negli slogan, una giustizia che può sbagliare, che deve imparare a correggersi e che non può misurare la propria efficacia soltanto contando gli arresti o la durata delle condanne. Soprattutto, emerge l’idea che dietro ogni fascicolo esistano esseri umani: la vittima, l’accusato, le famiglie, gli investigatori e persino il magistrato chiamato a decidere.
La toga conferisce un potere enorme. L’umanità impedisce che quel potere dimentichi il proprio limite.
Link al video completo: https://youtu.be/7lVB2Eohxgo?si=wVxZF5OaYMkaRkDY
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Desidero ringraziare sinceramente Mariella Bonacci e tutta la redazione di In Lucca Veritas per la fiducia e per le parole che mi sono state dedicate.
Accolgo questa collaborazione con piacere e senso di responsabilità, con l’auspicio di poter offrire ai lettori non soltanto un contributo di analisi, ma la testimonianza diretta di chi, da oltre trent’anni, opera sul campo nei contesti internazionali, confrontandosi con istituzioni, imprese, territori e realtà tribali.
Un percorso costruito sempre nel rispetto delle culture, delle tradizioni e delle comunità locali, nella convinzione che ogni iniziativa debba generare valore condiviso: per chi investe, ma anche per i territori e per le popolazioni che la accolgono. È da questo equilibrio che nascono fiducia, stabilità e sicurezza.
Nello spazio dedicato all’Africa, al Mediterraneo e al Medio Oriente, sarò inoltre lieto di raccogliere domande, curiosità e quesiti dei lettori, cercando di offrire risposte fondate sull’esperienza diretta e sulla conoscenza concreta dei territori.
Grazie davvero.
Giuseppe Cirina
Member of the Global Coordination Office of WBO
World Business Organization


