A Viareggio ho fatto il sindaco per dieci anni. Due elezioni vinte. Un dissesto affrontato. Una città rimessa in piedi. Eppure, per qualcuno, resto “il forestiero”. Non sono nato qui, mi dicono. Come se l’amore per una città si misurasse all’anagrafe e non nel lavoro, nelle scelte difficili, nella responsabilità.
Poi guardo cosa succede oggi. Nel Pd arriva una candidatura da Camaiore, un’altra da Lucca, un’altra ancora direttamente dal Perù. E c’è chi aspetta la discesa da Barga, come fosse l’atterraggio di una missione spaziale. Insomma, tutte le ambizioni portano a Viareggio.
All’improvviso è pieno di “forestieri”. E questa, devo dire, è una buona notizia: almeno non mi sento più solo.
La differenza è che qui non si discute di Viareggio, ma di posizionamenti, correnti, equilibri, strapuntini e poltroncine. Uno spettacolo triste, desolante, del Pd, che ha il proprio epilogo dietro le quinte: un partito ridotto in frantumi, senza una direzione, solo personalismi esasperati attratti dal potere e nessun interesse vero per Viareggio.
Nel frattempo, la città resta lì. Con la sua dignità. Con la sua storia. Con quelli che la governano per amore e non per interesse.
E con una certezza semplice: i comuni non hanno bisogno di proprietari, ma di persone che le servano davvero. Anche se, per qualcuno, resteranno sempre “forestieri”.
Il mio augurio è semplice: che non tornino i vecchi metodi e la vecchia politica in una città che ha dimostrato al mondo di poter cambiare.
Per questo le forze civiche devono continuare, con determinazione e coraggio, il lavoro fatto in questi anni. Per non lasciare la guida della città ai “forestieri” veri: quelli che arrivano per prendersi qualcosa, e non per dare tutto.



