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Scritto da Luciano Luciani
StoricaMente
30 Settembre 2025

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La Comune di Parigi, "l'assalto al cielo" con cui la classe operaia parigina riesce a conquistare il potere e a mantenerlo dal 18 marzo al 26 maggio 1871, ha un'enorme ripercussione in tutto il mondo. Anche in Italia in primis sul versante democratico dello schieramento politico. Mazzini, prigioniero del suo credo antimaterialistico, è ostile alla Comune, verso cui, invece, si orienta la parte più avanzata della corrente democratica, quella di origine e mentalità garibaldina, tra cui lo stesso Eroe dei Due Mondi. 

C'è uno sbandamento tra le file di Mazzini, attaccato da Bakunin, che, impietosamente, lo definisce "l'ultimo gran prete di quell'idealismo religioso, metafisico, politico che se ne va".

L'Apostolo dell'unità d'Italia perde amici e sostenitori e si restringe la base del suo consenso. Pochi restano con lui. Continuano a operare per una ricomposizione del dissidio con Garibaldi, in Emilia Celso Ceretti (1844 – 1909), mazziniano, ma devotissimo a Garibaldi e poi socialista, in Toscana Tito Strocchi (Lucca, 1846 – Lucca, 1879), mazziniano convinto, ma volontario con Garibaldi in tutte le imprese in camicia rossa del dopo Aspromonte. Una lacerazione drammatica che percorre il movimento democratico e dilania non poco le coscienze della "meglio gioventù". Mazziniana è in Strocchi la fiducia, la fede addirittura che oggi ci può apparire ingenua, che la parola, segnatamente quella scritta, avrebbe contribuito in maniera decisiva alla causa nazionale e patriottica. Questo spiega la sua indefessa, imperterrita attività di scrittore su una lunga lista di testate, locali e nazionali, e la pratica di molti generi letterari: il racconto, il romanzo, il dramma teatrale, il reportage giornalistico, senza dimenticare, di quando in quando, la poesia.

Già i suoi contemporanei avvertono non pochi elementi di debolezza nello Strocchi scrittore. I suoi due racconti: Alcuni versi di Virgilio, Una passeggiata a Gavinana (1873); il giovanile romanzo sociale La figlia di Maria (1869), il romanzo Lucrezia Buonvisi, racconto storico lucchese del sec. XVI, se si prestano alla battaglia degli ideali politici e alla polemica anticlericale, risentono, però, di un'espressione eccessiva, di una passionalità esuberante e non controllata, di una scrittura spesso convulsa, enfatica, tutti dati che finiscono per appesantire la sincerità dell'ispirazione.

Tardo guerrazziano lo definisce la critica contemporanea. E gli stessi difetti li ritroviamo nella sua produzione teatrale poco rappresentata vuoi per l'eccessiva lunghezza dei suoi drammi, vuoi per la tendenza, comune anche al suo maestro, Mazzini, di farsi oratore e declamare secondo toni che oggi ci appaiono forzati, troppo alti e solo di rado capaci di scendere dal piedistallo retorico alla ricerca di un'espressione più umana, più familiare, più cordiale. Un esempio dell'oratoria strocchiana? Eccolo: "Mi abbrucia il desio di una vita nuova, varia, piene di emozioni. Anelo trovarmi nel fuoco della mischia e conoscere me stesso in mezzo ai pericoli. Questa vita che conduciamo e una vita da oche; a noi che arde il sangue dei vent'anni abbisogna una vita di avventure, io anelo provare una qualche emozione forte, sia pure quella della paura... Io anelo poter dire un giorno, se vivrò, anch'io ho fatto qualche cosa per la patria mia, io non sono indegno dei miei genitori".

La penna migliore di Tito è senz'altro quella del giornalista, di combattente e insieme corrispondente di guerra dei fronti di Mentana e Digione. Qui la prosa dello Strocchi si appaia a quella dei migliori memorialisti garibaldini (il Bandi, l'Abba, il Barrili...) per la vivacità descrittiva, l'ironia che sottende le pagine, la giusta miscela tra i sentimenti e le psicologie degli uomini impegnati, sui diversi versanti del conflitto, nelle vicende della storia patria, senza trascurare gli aspetti modesti, umili, quotidiani, antieroici della condizione del soldato. Soldato, lo Strocchi di un tipo particolare: un volontario uomo d'arme, ma per necessità di libertà e giustizia, con una vena, nelle sue pagine, di radicale critica della guerra che ricorda le pagine degli Scapigliati, in primis quelle del Tarchetti, autore, con Una nobile follia, ('66-'67) del primo romanzo antimilitarista della nostra letteratura.

All'indomani della scomparsa di Tito, Giosue Carducci che l'aveva conosciuto e apprezzato a Bologna, prende l'impegno per una un'edizione completa degli scritti del giovane lucchese. Poi, si sa, Carducci, il Carducci repubblicano e giacobino, proprio in quegli anni, a partire dal 1878, si va progressivamente assestando su posizioni monarchiche e filogovernative. Subentrano esigenze e priorità politiche e culturali diverse e quell'impegno rimane inattuato.

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