Anno XI 
Mercoledì 13 Maggio 2026

Scritto da giancarlo affatato
Politica
15 Marzo 2026

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Lev Tolstoj è stato tra i più grandi scrittori dell’Ottocento e una guida per intere generazioni di studenti che hanno letto il suo capolavoro Guerra e pace. Nel romanzo lo scrittore russo contesta la visione storiografica della guerra che attribuisce ai grandi uomini, ai condottieri, agli “uomini mandati dalla Provvidenza” la responsabilità di provocare gli eventi destinati a incidere nella storia dei popoli. Lo fa prendendo a riferimento uno di essi: Napoleone Bonaparte, che mise a ferro e fuoco la Russia degli zar più di un secolo prima di Adolf Hitler, il quale ripeté con analoga cattiva sorte la medesima "impresa". Entrambi, accecati dal desiderio di grandezza e dal delirio di onnipotenza, ritennero di poter mutare il destino della storia con i loro invitti eserciti. E tuttavia la Storia è un fiume con molti affluenti e ciascun uomo concorre a determinarne la portata. Spesso nasce da azioni non intenzionali ed è il frutto della moltitudine di individui che la popolano. Ed è proprio questa megalomania che talvolta alcuni osservatori credono di intravedere in Donald Trump, il quale, con modi spicci e facendo leva sulla potenza militare ed economica degli Stati Uniti, da tempo sovverte vecchie logiche politiche, incrina alleanze consolidate, depotenzia enti multinazionali e tenta di ridefinire rapporti economici e commerciali nel mondo. Ma questa immagine, un po’ stereotipata e largamente utilizzata da commentatori e politici della sinistra, non è né esauriente né del tutto veritiera. Molti di quei giudizi sono infatti il frutto dell’antiamericanismo e dell’anticapitalismo sopravvissuti al crollo del comunismo: una sorta di eredità culturale che ancora oggi riaffiora dalle ceneri del marxismo. Trump non è né un pazzo né un megalomane. È piuttosto un abile capitalista che cura gli affari degli Stati Uniti guardando soprattutto al rapporto tra costi e benefici, senza troppi scrupoli nel travolgere assetti consolidati. Il suo è certamente un modo di agire sbrigativo, spesso in aperto contrasto con le regole della tradizionale politica estera e con la diplomazia statunitense. Tuttavia appare molto attento alla bilancia dei pagamenti, all’approvvigionamento delle materie prime e delle fonti energetiche e, soprattutto, a sottrarre spazio al principale competitore globale: la Cina. In questa visione pragmatica, se non apertamente affaristica, il miliardario newyorkese interviene ovunque ritenga minacciati gli interessi economici e geopolitici degli Stati Uniti. Combattere i regimi che individuano nella leadership mondiale dell’America la fonte di molti mali — guerre, dominio politico, diseguaglianze sociali, sfruttamento su scala planetaria — diventa quindi parte di una strategia che mira a difendere la centralità americana. Secondo questa impostazione, l’asservimento di interi Stati agli interessi economici e politici di Washington non è una colpa ma la naturale conseguenza di rapporti di forza. Tutto ciò dovrebbe essere arginato, secondo la dottrina trumpiana dell’“America First”, mediante il depotenziamento degli avversari dichiarati della leadership a stelle e strisce, ovunque essi si trovino. Avversari sono anche coloro che non condividono i tradizionali valori socio-economici, politici ed etico-morali che guidano la società americana. Si tratta di una linea che segna la fine di un lungo periodo storico caratterizzato, agli occhi dei suoi sostenitori, da una certa arrendevolezza delle amministrazioni succedutesi alla Casa Bianca. Condivisibile o meno, questa visione rappresenta una realtà con la quale occorre fare i conti, soprattutto quando chi la sostiene impugna il “randello più lungo” e non esita a usarlo. È invece una realtà che la sinistra italiana sembra ostinarsi a non riconoscere, preferendo coltivare il calcolo di bottega della polemica interna contro il governo Meloni, che dovrebbe — a loro dire — allinearsi alle voci critiche verso l’establishment americano. In sostanza, il Belpaese, parte di un’Europa che conta poco o nulla a causa delle sue croniche divisioni interne e della mancanza di un vero esercito europeo capace di tutelarne interessi e sicurezza, dovrebbe digrignare i denti contro il suo più potente alleato. È una storia già vista. Quella delle pretese senza adeguato sostegno. Oggi Schlein e Conte sembrano emulare il ministro degli Esteri Luigi Corti che, alla conferenza di Berlino del 1878 — dopo la guerra nei Balcani tra Russia e Turchia, alla quale l’Italia non aveva partecipato — reclamava compensazioni territoriali per il nostro Paese. Secondo un aneddoto spesso ricordato nella pubblicistica politica del periodo, il rappresentante italiano fu zittito con sarcasmo da questa domanda mordace: «Quale altra guerra avete perduto per pretendere nuovi territori?». È la stessa domanda che Giorgia Meloni dovrebbe rivolgere ai contestatori della sua politica, estera a quegli istrioni  che recitano nella aule parlamentari con toni melodrammatici : con quale esercito ci difenderemmo da eventuali aggressori, dai missili degli Ayatollah  senza l’aiuto militare e logistico dell’alleato americano?I pacifisti a oltranza che pascolano e si agitano dalle nostre parti dovrebbero porsi un interrogativo semplice: chi garantisce la pace ai profeti disarmati e il sonno agli imbelli?

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