Anno XI 
Sabato 27 Giugno 2026

Scritto da carmelo burgio
Politica
27 Giugno 2026

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Al solito, in Italia si gioca sulle parole e non sulla sostanza delle cose. Partiamo dal neologismo “Re-migrazione”. Indica quel processo che s’intende “offrire”, o “imporre”, a chi era “migrante” e che – in sostanza – non appare funzionale alla pacifica convivenza e al progresso italico.
Faccio peraltro un inciso. Anche il termine “migrante” è quasi un neologismo, usato per non utilizzare vocaboli già esistenti e universalmente riconosciuti quali “immigrato irregolare”, con precisa connotazione giuridica. Con “migrante” invece si accomuna chi ha regolare visto d’accesso o è perseguitato, e in termini giuridici ha diritto d’accedere, e chi non si trova in tali situazioni. E il diritto di cui sopra non ce l’ha. Altrimenti non esisterebbero il “visto”, né l’eccezione dell’accoglienza a titolo di protezione. Del resto accomunare, confondere, serve a non far comprendere. Che poi è una delle armi classiche della politica. 
La “remigrazione”, così come proposta, avrebbe la finalità di allontanare chi è irregolare e/o crea grattacapi di carattere penale. E su questo anche a sinistra mi pare si concordi. Esistono poi “grattacapi” non propriamente penali, quali i disagi mentali, per i quali c’è da discutere. Fra chi ritenga doveroso fornirgli assistenza medica, e chi considera tale spesa uno spreco, alla luce del fatto che per ricoverare un immigrato irregolare che talora s’è bruciato il cervello di crack o altro, non si possa assistere un cittadino italiano nella medesima condizione. La ricettività nei reparti specialistici dei nosocomi non è infinita. E la morte di qualcuno ad opera di un “pazzo immigrato irregolare” è danno che potevasi evitare. Con cure adeguate e evitandone l’ingresso. È vero che anche un “pazzo italico” potenzialmente uccide, ma quello, per legge, tocca all’Italia curarlo e non può essere scacciato. 
Al riguardo c’è un processo democratico, con delle elezioni politiche e la conseguente attività legislativa, che va accettato. E se la maggioranza propende per curare tutti, si dovrà agire in tal senso. Come va accettato che una maggioranza decida di trasferirli a casa loro.
Ove si deve discutere, di certo, è sull’applicarla a chi “non s’integra nell’italica cultura”. Resto dell’idea che possa essere superato il dilemma, applicando lo stesso principio del precedente paragrafo. Anche i nostri emigranti non s’integravano immediatamente in Svizzera, Stati Uniti etc., e a casa loro continuavano a cucinare, parlare, gesticolare e relazionarsi secondo linee comportamentali italiche. Non si poteva pretendere che diventassero cowboys o orologi-a-cucù all’istante, ma se creavano problemi, venivano defenestrati. In sintesi, la mancata integrazione sanzionabile, a mio modesto avviso, si manifesta in comportamenti comunque devianti e costituenti reato. Dal circondare una fanciulla e mettergli le mani sotto le gonne in dieci, al mettersi a gridare “Italia di m….!”, al rubacchiare un’auto o una collanina. Il guaio è che il progressivo permissivismo ha fatto sì che tanti reati siano considerati “reatucci”, degni di provvidenziale perdono. Quindi a qualcuno appare strano che si voglia spedire a casa chi ne sia autore, magari abituale. E che se sia un minore, se ne debba andar via con la famiglia. Purtroppo dopo una buona ventina d’anni, progressi nel senso non se ne vedono, quindi la comprensione a tutti i costi non serve a nulla. 
Il dissenso da sinistra allora prende a prestito vocabolo che evoca il sempiterno “nazional-socialismo”: “deportazione”. A mio avviso a sproposito. “Deportare” significa sradicare qualcuno dalla sua terra per reinsediarlo altrove, o affidarlo a una “soluzione finale”. 
In questo caso rispedire a casa chi non sia funzionale al benessere, alla sicurezza, alla pacifica convivenza, in Italia, non mi pare rivesta i connotati delle “deportazione”. Al limite son stati deportati da noi da organizzazioni criminali. Ma questa non era terra loro. Non li abbiamo condotti da noi per utilizzarli come schiavi a basso costo. Anche se talvolta qualcuno li ha sfruttati in Italia.
E se alla luce di un processo democratico, si determina che sia opportuno rispedire da casa nostra a casa sua, chi diritto di restare non lo ha, credo che vada accettato. Altrimenti si potrebbe utilizzare, in luogo di “migrazione”, che porta alla mente immagini di garrule rondini, maestose cicogne ed eleganti fenicotteri, il termine più crudo di “invasione”. E magari pensarci un attimo su.
E “re-migrare” non coinvolge chi lavora, chi si è adattato, chi è funzionale al benessere italiano, e proprio. Del resto non è un caso che sempre più diffuso sia in Europa il desiderio di porre fine alla “invasione-migrazione”. E come diceva Nino Frassica, il primo termine è “se si arriva da destra”, il secondo “se si arriva da sinistra”. 
So di sognare, ma sarebbe bello che la si finisse di giocare sulle parole, d’evocare apocalittici scenari che mettono paura ad una porzione dell’occidente, solo perché non ha conosciuto l’altra faccia della medaglia totalitaria. 
Potrebbe esserci sufficiente l’atteggiamento assai meno disponibile di tanti Paesi dell’UE, un tempo oltre la cortina di ferro, decisamente refrattari ad accettare il concetto che l’unico male sia venuto dal nazi-fascismo. Quelli che il comunismo l’hanno conosciuto, con tutta la prosopopea dei termini adattati alla propria esigenza di indottrinare. E non lo chiamano “fascismo”. Ma ora anche membri dell’UE tradizionalmente progressisti cominciano a mettere in discussione l’accoglienza incontrollata e a prospettare re-migrazioni controllate.
Un motivo, credo, ci sarà.      

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