Non si può riassumere in un post l'emozione che ho provato ieri ad Artemisia. Ci provo lo stesso, sapendo che resterà fuori qualcosa. Ero lì per ascoltare la presentazione del libro di Lorenzo Orsi sul Mattaccio. Ma mentre lo ascoltavo, quei muri parlavano d’ altro: di me, di noi, di tanti anni di storia di Capannori. Nel mio saluto ho provato a raccontarlo. Ho ricordato PaesAperto, un giornale auto prodotto dei primi anni ottanta, perché lì ho capito cosa vuol dire fare politica, comunità, partecipare, credere che le cose si possano cambiare davvero, insieme. Ho ricordato il comizio di Walter Veltroni, da quel palco, quando mi candidavo per la prima volta a sindaco. Ero emozionato, giovane e pieno di speranze quelle speranze che ci sono ancora.
Ho ricordato l'inaugurazione di Artemisia, quel Primo Maggio, con una piazza piena di gente. Ma soprattutto ho ricordato una cosa che ancora mi emoziona. La prima volta che sono tornato a visitarla, qualche tempo dopo, senza nastri da tagliare e senza fotografi, ho aperto le porte delle sale e le ho trovate piene di ragazzi che studiavano. Piene. Silenziose. Vive. In quel momento ho capito che avevamo fatto la cosa giusta.
Perché il Mattaccio è stato un luogo di utopia, di incontro, di libertà e Artemisia è nata per continuare quella storia. Un luogo maschile diventato femminile, uno spazio di lotta diventato uno spazio di cultura, una scommessa diventata casa per tante, tante persone. Grazie a Lorenzo, che con il suo lavoro ha messo in fila ricordi, volti e storie che rischiavano di perdersi. Grazie a chi c'era ieri e a chi c'era allora. I luoghi hanno un cuore, il Mattaccio ce l'ha ancora e ieri l'ho sentito battere forte.
Dal Mattaccio ad Artemisia, andata e ritorno
Scritto da Redazione
Piana
04 Ottobre 2026
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