È un film del 2010, di Gilles Paquet-Brenner, tratto dall'omonimo romanzo di Tatiana de Rosnay. Un film da sottolineare e risottolineare per la sua malinconica bellezza. Vedrò di semplificare per quanto possibile la narrazione dei flash-back presenti in questo film.
Siamo in Francia, è il 16 luglio 1942. Due fratelli, maschio e femmina, Jules e Sarah, stanno giocando nel letto, quando bussano energicamente alla porta. Va ad aprire la madre; è la polizia, venuta a prelevarli. Il marito non c'è, ma sfortunatamente arriverà di lì a poco e verrà arrestato pure lui. Chiedono dove sia il piccolo, e Sarah, che è più grande di Jules, risponde che il fratellino non c'è, poi, non vista, va a nasconderlo in un armadio e lo chiude a chiave. Loro, insieme a tanti altri ebrei, finiranno prima ammassati (oltre 10.000) al velodromo di Inverno di Parigi, poi trasferiti nei campi di concentramento. Già al velodromo le condizioni sono terribili, mancano i servizi igienici; una donna si suicida, una giovane si finge malata e riuscirà a corrompere la vigilanza. Il padre e la madre pensano a Jules, rinchiuso nell'armadio e la cui chiave è in possesso di Sarah. Dovevamo portarlo con noi, gridano alla piccola. Caricati su un camion partono per una destinazione ignota, ma qualcuno pensa che saranno condotti in Germania o in Polonia nei campi di concentramento. Un vecchio mostra agli altri un anello che ha al dito della mano destra e dice loro che lo porta con sé perché "nessuno al mondo può dirmi quando devo morire.".
Anni dopo, nel 2009, una rivista decide di approfondire questa storia e incarica la giornalista Julia Jarmond di occuparsene.
Dirà al collega il quale pensa che la colpa di questa brutta storia sia dei nazisti, che, in realtà, furono i fascisti francesi ad organizzare il rastrellamento e la deportazione.
Si verifica una combinazione più unica che rara. Julia e il marito, Bertrand, stanno ristrutturando un nuovo appartamento dove andranno ad abitare. Era appartenuto ai nonni di lui. Quando Jules va a trovare la nonna, ricoverata in ospedale, scoprirà che i nonni di Bertrand andarono a vivere proprio in quell'appartamento nell'agosto del 1942, poiché da poco era stato reso libero (l'anziana donna non ne conosce i motivi). Julia intuisce subito che quell'episodio lontano ha a che fare con la storia della famiglia di Sarah.
C'è qualcosa di più: Julia è incinta e il marito non accoglie bene questa notizia. Preferirebbe che abortisse, ma Julia è decisa a portare a termine la gravidanza, "perché è una cosa giusta." (hanno già una figlia grande).
Sarah, con un'altra bambina, è riuscita a fuggire dal campo in cui era internata, vigilato dai fascisti francesi. Uno di questi le aiuterà a passare sotto il filo spinato. Ora le due bambine cercano aiuto e un nuovo rifugio. Lo troveranno presso una famiglia francese, ma l'amica morirà a causa della difterite.
GJulia non si stanca di indagare. Il suocero conferma i suoi sospetti.
Quell'appartamento era stato occupato dai suoi genitori e da lui, bambino. Nonostante l'appartamento fosse invaso da un odore nauseabondo, pensarono che si trattasse di qualche gatto o uccello morti, finché arrivò di corsa, due giorni dopo che vi abitavano, Sarah che, con la chiave conservata per tutto quel tempo, aprì l'armadio trovando, ahimé, il fratellino già cadavere e maleodorante.
Che fine ha fatto Sarah? si domanda la giornalista.
Basterà dire che continuerà le sue ricerche al termine delle quali avremo una spiacevole sorpresa, ma anche il senso di una vita che rinasce.
Il film termina con queste parole: "Quando una storia viene raccontata, non può essere dimenticata. Diventa qualcos'altro, il ricordo di chi eravamo, la speranza di ciò che possiamo diventare.".
Il mio cinema. "La chiave di Sara"
Scritto da Bartolomeo Di Monaco
Cronaca
24 Settembre 2026
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