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Scritto da Luciano Luciani
StoricaMente
28 Febbraio 2026

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Autrice di uno dei rari canzonieri femminili del Cinquecento, animatrice del più raffinato e importante salotto letterario di Venezia, quello di Ca’ Venier, ritratta in più occasioni dal Tintoretto, Veronica Franco (1546 - 1591) rappresenta, forse, il più felice prodotto della prospera e tollerante società veneziana nel secolo del suo maggiore splendore. Meretrice di lusso, la Franco “non senti mai il bisogno di celare o velare la sua professione” (Croce) a cui, anzi, seppe riguardare con spregiudicata ironia:

Figlia ‘d’arte’, la giovanissima Veronica fu iniziata al mestiere dalla madre. Un tipo di formazione che si rivelò prezioso quando, naufragato il suo matrimonio , la Franco poco più che adolescente si trovò di fronte al problema di come sopravvivere in una città tanto ricca quanto socialmente spietata… E non sbagliò un colpo se è vero che nel 1565 la troviamo inserita nel Catalogo di tutte le principali et più honorate cortigiane di Venezia, una speciale guida ai piaceri erotici della città lagunare con tanto di nome, indirizzo e tariffe delle  locali filles de joie. Donna di piacere, ma di altissimo livello, la Franco seppe legarsi sempre agli uomini più potenti e colti del suo tempo, intessendo con loro legami non solo carnali, ma artistici, letterari, filosofici. Per esempio, Domenico Venier, Jacopo Robusti, il signor “Tentoretto”, il nobile Bartolomeo Zacco, il conte Francesco Martinengo, il duca di Mantova Guglielmo Gonzaga, Marco Venier il suo ‘amico del cuore’. Leggendaria rimane la sua liaison col futuro re di Francia Enrico III di Valois. Questo, lasciata la corona polacca per assumere quella francese, di passaggio nel 1574 a Venezia, ai ricchi festeggiamenti organizzati dai veneziani per guadagnarne benefici economici e politici, preferì una notte d’amore con la Franco. Una vicenda che accrebbe enormemente la reputazione di Veronica, innalzata così quasi al rango di un’altissima figura diplomatica e politica della Serenissima. La voce popolare voleva addirittura che la cortigiana più famosa di Venezia fosse stata offerta all’ ultimo dei Valois ammannita come una succulenta vivanda: nuda e sdraiata su un gigantesco piatto da portata.

Donna di vasta cultura, raffinata letterata, sensibile poetessa se pure non si allontanò granché dagli stilemi petrarcheschi dominanti per gran parte del secolo, riuscì tuttavia a manifestare non di rado un’apprezzabile autonomia nella scrittura. E questo accade soprattutto quando l’intellettuale lascia trapelare la donna sensuale, l’esperta, e consapevole di esserlo, ‘sacerdotessa d’amore’: 

Anticonformista, saggia e accorta nell’amministrazione della propria fama e dei beni materiali che conseguirono, capace sempre di coraggio e dignità nei confronti dei suoi potenti estimatori, la Franco non riuscì a evitare i guasti indotti dalle male lingue: per esempio, quella tagliente di Maffio Venier (1550 -1586), vescovo di Corfù e suo nemico personale, che era solito definirla “ver unica puttana”. Veronica, però, contrattacca. E a Maffio, “malèdico che l’ha con i suoi versi oltraggiata”, offendendo anche tutte le donne perché si è permesso in un sonetto di elogiare i superiori piaceri della sodomia, risponde con alcune caustiche terzine in difesa del genere femminile e di una più godibile, perché più delicata, carnalità eterosessuale. Provi, Maffio per credere!

Non mancarono, poi, contro la cortigiana veneziana neppure le accuse di stregoneria, consuete per le cortigiane del tempo, che nel 1577 le valsero le attenzioni dell’Inquisizione. Anche grazie alla fitta rete di legami la Franco era riuscita a intessere con l’aristocrazia veneziana e non solo, la donna riuscì a venire fuori indenne dal duro confronto con la Congregazione del Sant’Uffizio, ma il tempo della fortuna e del successo pubblico si avviava verso il tramonto. Già due anni prima, infatti, un’epidemia di peste l’aveva costretta a fuggire da Venezia e in questo frangente la sua casa era stata saccheggiata e i suoi beni in gran parte dispersi, mentre una volta superato il fatidico “mezzo del cammin di nostra vita” i protettori altolocati cominciarono a diradarsi. A ciò si aggiunsero gravi dolori personali come la morte di ben tre dei sei figli che la Franco aveva messo al mondo. Difficoltà che se la ridussero a una vita via via più modesta e meno appariscente, non resero mai meno appassionata la sua difesa della condizione della donna: risale al 1577 una sua proposta al Consiglio cittadino per la realizzazione di una Casa per le donne bisognose che la stessa Franco avrebbe diretto. Non se ne fece nulla.

La morte la colse improvvisamente, per una misteriosa”febre”, nell’estate del 1591.

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