Nel 1990 prima, nel 2001 poi, uscì un libro che ebbe un notevole successo di vendite. Si intitolava I giovani di Mussolini e raccoglieva le testimonianze di coloro che, durante il Ventennio, avevano l'età per essere iscritti all'università e prendere parte alle imprese militari del regime partecipando anche ai Littoriali della Cultura e dell'Arte, manifestazione voluta da Giuseppe Bottai e Alessandro Pavolini per mettere a disposizione della gioventù in camicia nera una palestra dove potersi esercitare, ma anche confrontarsi. Una volta in libreria il volume, arrivarono a chi scrive i commenti e anche le testimonianze di altri giovani che non eravamo riusciti a contattare. Una di queste, quella di Enzo Pezzati da Villamare in provincia di Salerno. Da non confondersi con la figura di Enzo Pezzato, ex direttore della Repubblica Fascista e ucciso dai partigiani insieme alla sua segretaria subito dopo il 25 aprile 1945. Pezzati aveva letto il nostro libro e ne era rimasto entusiasta. Così aveva voluto aggiungere la sua testimonianza che noi abbiamo ritrovato per caso in un cassetto di una antica scrivania e che riproponiamo dopo averla trascritta:
Sono nato a Palermo nel dicembre del 1918. Ultimo di quattro fratelli, sono stato il solo a frequentare le aule universitarie. Sulle mie scelte più che la famiglia influirono alcuni insegnanti. Alle elementari Matilde Sorrentino, un'accesa nazionalista con ascendenti negli alti comandi dell'esercito. Al liceo, Eugenio Garin, fiorentino di adozione, solo di qualche anno più vecchio di noi allievi (classe 1909), insegnante di storia e filosofia. All'università, alla facoltà di Scienze Politiche allora agli esordi della sua istituzione, Giuseppe Maggiore, notoriamente fascista, che però mi approvò con 30 e lode in Dottrine dello Stato, benché, richiesto di esporre la settecentesca teoria della divisione dei poteri, io avessi subito polemizzato con la concezione autoritaria dilagante in Europa.
In facoltà non potei mai essere assiduo alle lezioni perché, appena uscito dal liceo, avevo avuto la fortuna (e la sfortuna) di vincere due concorsi nella pubblica amministrazione classificandomi in uno primo e nell'altro secondo in graduatoria senza essere stato raccomandato. Sei mesi dopo la laurea, nel 1941, partii per il servizio di leva, beneficiando dell'attributo del volontario di guerra, riconosciuto motu proprio dal potere pubblico a tutti gli universitari. Da un paio di anni avevo iniziato la mia collaborazione saltuaria alla stampa universitaria. Esordii sull'Appello di Palermo, poi approdai con successo a Vent'anni di Torino e a Roma Fascista. Allora, ero fascista? Da balilla, alle elementari, mi ero guadagnato, per diligenza e profitto, il volume Dux di Margherita Sarfatti. Da avanguardista andai due volte al Campo Dux a Roma e mi capitò di correre gli 80 metri ad ostacoli con il Duce in tribuna. Una bellissima esperienza, per la prima volta uscivo dalla Sicilia. Frequentavo l'ultimo anno del liceo quando Mussolini annunciò che l'impero era tornato sui colli fatali di Roma. Con Garin approdavo intento a letture consigliate con trasalimenti di dubbi e riflessioni. Palermo, la mia città, come l'intera Sicilia, non era certamente un laboratorio politico: il fascismo vi era stato importato e il conformismo del regime vi era attecchito, privo del fideismo e delle intransigenze e intolleranze che avevano caratterizzato e ancora caratterizzavano altre contrade d'Italia.
Conservo un bel ricordo del segretario del Guf Matteo Guglielmo Tocco che si era fatto banditore dello slogan 'Compromettersi col fascismo', parendogli forse diffuso l'assenteismo, come si diceva, e lo scetticismo. Ricordo l'angoscia che mi prese quando provai a buttar giù il mio primo articolo col fiato pesante addosso della censura che mi costringeva a cancellature continue e a contorsionismi insopportabili. Quando rileggo, a distanza di oltre 60 anni, quelle due paginette del mio primo articolo arrossisco e mi pare impossibile che esse abbiano suscitato interesse e indotto il direttore a pubblicarle con una nota redazionale. Nei corridoi del Guf di Palermo. dopo l'apparizione di quel mio articolo, presero a chiamarmi trotzkista senza che io ne capissi il significato politico e la ragione.
Le cose volsero al peggio quando L'Appello dedicò una intera pagina al mio articolo Civiltà e civiltà nel quale ponevo a confronto la civiltà liberale e quella totalitaria, con conclusioni che non premiavano le certezze imperanti sotto il regime autoritario. Un giovane, Raffaele Massa, media 30 e lode a Giurisprudenza, esaltò la solare politica Mussoliniana (la M maiuscola non era un refuso) additandomi al disprezzo dei giovani lontani ormai dalle diatribe democratiche e irridendo alle mie previsioni dolorose in caso di mancata restaurazione delle 'antiche libertà' che non interessavano i giovani del Littorio. In quello stesso periodo comparve su Roma Fascista un mio articolo 'Autonomia e sintesi fra autorità e libertà' che ricalcava in parte alcuni concetti di Civiltà e civiltà. Il vaso traboccò quando, in uno dei numeri successivi, su Roma Fascista comparve il neretto a mia firma 'Deflazione', in prima pagina fra il fondo del direttore Ugo Indrio e la spalla di Adriano Termine. Vi deploravo l'obbligatorietà della tessera del partito per poter lavorare, una tesi adombrata, qualche settimana prima, da Roberto Farinacci sul suo quotidiano Regime Fascista, che io presi a pretesto per mettere in discussione l'andazzo e suggerire la legittimazione di una opposizione e l'affermarsi di una stampa non frenata da 'rispettucci' e timorucci che sapevano di servilismo morale e politico.
Polemizzavo, poi, fin troppo vistosamente, sugli italiani popolo di credenti (era una convinzione, questa, di Mussolini) insinuando che un popolo di credenti, politicamente e socialmente, non è mai esistito e che i credenti anche se tesserati di vecchia data, al primo alitar di vento rinnegano a seconda delle circostanze la loro fede, i loro capi, se stessi. Temeraria la stoccata finale: 'Se senza fede non si approda a nulla, con la fede obbligatoria si cade nella degenerazione morale, nel pervertimento collettivo, originando nello stesso tempo una pericolosa e deleteria abulia, tomba dei popoli e delle dottrine'.
(1 - Continua)


