Nella giornata della vergogna “maranza”, con piazza del Duomo vandalizzata da gentaglia che meriterebbe una sanzione immediata e definitiva, qualche solerte esponente del mondo dei media ha voluto dedicare attenzione ad un episodio marginale. Un generale dei carabinieri, il comandante provinciale di Milano, che replicava per le rime – nel bailamme di folle devastazione teppistica – a una giovane invasata manifestante che non aveva usato mezzi termini per invitarlo ad andarsene altrove.
E la cosa amara risiede nel fatto che le parole usate per “stigmatizzare” la perdita di aplomb da parte dell’alto ufficiale, sembrano tanto scritte da qualcuno che potrebbe svolgere professione assai prossima a quella del personaggio attenzionato. Fuoco amico? Chissà. Non stupirebbe.
E allora qualcosa va detta.
Il solerte cronista ha criticato che il gen. Rodolfo Santovito non fosse “in centrale operativa a coordinare il personale”. Già, dimenticando che, con il servizio di O.P. diretto da un funzionario della questura, il signor generale non avesse possibilità alcuna d’interferire nell’impiego delle forze, cedute alla Prefettura e assegnate per l’impiego alla questura.
Ha malignamente notato che l’ufficiale avrebbe dovuto essere in uniforme o almeno munito di “radio per esercitare la propria azione di comando e controllo sui propri reparti”. Dimenticando che sarebbe stato assurdo che un generale dell’Arma avesse assunto il comando di reparti di carabinieri, dipendenti funzionalmente nella specifica situazione da un dirigente di PS col grado equivalente a quello di colonnello.
Ma soprattutto ha scatenato “a storm in a cup of tea”, sorvolando sul caos generato da Youssuf Sheir in quel pomeriggio del 17 ottobre. Approfittando della dabbenaggine ottusa e dall’odio razziale maranza per un’Italia che, già sfruttata da loro abbastanza, dovrebbe dare anche di più. Rivestire questa feccia da Gucci e Valentino, dotarla di Maserati o Ferrari, e trasferirla in splendidi attici.
Beh… accettiamo il “vaffa” da leader carismatici di partito e cantanti a Sanremo, e ci scandalizziamo se a pronunciarlo è un generale dell’Arma.
Accettiamo che migliaia di famiglie non educhino i figli che alla prevaricazione e all’odio per l’occidente cristiano … e ci scandalizziamo se poi chi si sbatte tutti i giorni per garantire un minimo di sicurezza al territorio affidatogli, bruciandosi sovente sabato, domenica e feste comandate, almeno per una volta restituisca al mittente gl’insulti.
Già, perché, come ho detto in precedenza, oggi il policeman che va in piazza deve solo subire, incassare insulti, pietre, bastonate. Ma guai se restituisce, anche solo in parte, quanto gli viene fatto piovere sulla testa.
Quello che spero, convinto lo speri la gente perbene, è che il signor generale possa continuare a svolgere con serenità il proprio lavoro, perché – questo nessuno lo ha detto – quella sera poteva davvero starsene per i fatti suoi e fregarsene. Nel sicuro dell’alloggio in caserma. Invece, non potendosi sottomettere all’autorità di un 1° dirigente della PdS che – ope legis – era responsabile dell’O.P., ha voluto andare ugualmente fra i suoi uomini, nell’unico modo che gli era consentito, in abito civile, per condividere con loro il rischio di un cubetto di porfido.
A volte, ai tuoi uomini, anche se non puoi assicurare il pasto caldo e il riposo in certi frangenti critici, è bene dimostrare di accettare di prendersi gratuitamente una pietra in faccia. Quanto meno per rispettare la vecchia regola di non mandare mai alcuno dove non si è disposti ad andare.
Quella pietra che forse meriterebbe sulla zucca vuota l’autore del “fuoco amico”. Uno che forse a prendere sassi e schioppettate c’è stato assai poco, non avendo chiaro che in certe situazioni, per quanto si possa mantenere la dovuta freddezza, un “vaffa” catartico serve a sintetizzare il proprio pensiero, all’antagonista e ai propri uomini.


