Anno XI 
Lunedì 28 Settembre 2026

Scritto da Antonello Cresti
Politica
08 Settembre 2026

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È curioso che, proprio nel momento in cui si avverte l’esigenza di superare il vecchio schema destra/sinistra, vi sia chi intende riproporlo pur sotto una forma leggermente aggiornata.

Certamente la contrapposizione tra globalismo e sovranità rappresenta oggi una delle grandi faglie della politica contemporanea. Ma perché trasformarla nell’unico criterio attraverso il quale leggere il conflitto politico? E soprattutto: perché, una volta individuato il campo dei sovranisti, dovremmo necessariamente dividerlo nuovamente in una destra sovranista e in una sinistra sovranista, immaginando poi che queste due componenti debbano semplicemente collaborare?

È esattamente qui che, a mio avviso, si annida un equivoco.

Il problema non è negare l’esistenza di sovranisti di destra e di sovranisti di sinistra. Sarebbe assurdo farlo. Il problema è chiedersi se questo debba essere necessariamente il punto di arrivo.

Da tempo sostengo una prospettiva diversa: il sovranismo non dovrebbe essere soltanto una posizione geopolitica, né una variante “nazionale” delle vecchie culture politiche. Deve diventare un nuovo paradigma politico e culturale, capace di rimettere al centro il popolo, la comunità, la sovranità, la cultura, il lavoro, l’identità e la democrazia.

Ecco perché anche la contrapposizione tra popolo ed élite non può essere liquidata come una semplificazione. Se con “popolo” intendiamo semplicemente una categoria sociologica contrapposta a una generica “élite”, certamente il concetto rischia di diventare vago. Ma se parliamo di sovranità popolare, il discorso cambia completamente: la domanda fondamentale diventa chi deve avere realmente il potere di decidere del proprio destino?

La sovranità, infatti, non è un’entità astratta. È sovranità di un popolo, esercitata attraverso istituzioni che dovrebbero rappresentarlo e non attraverso meccanismi che ne svuotano progressivamente la capacità di scelta.

Per questo i due assi — globalismo/sovranità e popolo/oligarchie — non sono affatto alternativi. Si intersecano. Anzi, è proprio dalla loro intersezione che può nascere una critica più profonda dell’ordine politico contemporaneo.

Ed è qui che il discorso torna alla questione della destra e della sinistra.

Superare destra e sinistra non significa immaginare un indistinto “né né”, né costruire improbabili sincretismi in cui tutte le differenze vengono cancellate. Significa, al contrario, creare un campo nuovo nel quale tradizioni diverse possano confrontarsi e persino cooperare senza essere costrette a riprodurre eternamente le categorie che hanno organizzato la politica del Novecento.

Il sovranismo popolare che ho cercato di definire va esattamente in questa direzione: non un recinto ideologico, ma un campo aperto. Non l’abolizione delle differenze, ma la ricerca di ciò che può diventare comune.

Perché se l’obiettivo è soltanto far collaborare, in Parlamento, una destra sovranista e una sinistra sovranista, allora abbiamo certamente trovato una possibile formula tattica. Ma non abbiamo ancora costruito un nuovo paradigma.

E questa distinzione è tutt’altro che secondaria.

La politica non cambia veramente quando cambiano soltanto le alleanze. Cambia quando cambiano le categorie attraverso cui un popolo interpreta se stesso e il proprio destino. È per questo che la battaglia culturale viene prima di quella elettorale: prima ancora di conquistare il potere, bisogna conquistare la capacità di immaginare un mondo diverso.

Del resto, è proprio il bipolarismo — non soltanto la sua versione destra/sinistra — ad aver prodotto per decenni l’illusione che scegliere tra due campi equivalga necessariamente a scegliere tra due modelli di società.

Io credo invece che oggi siamo chiamati a fare qualcosa di più ambizioso.

Non scegliere meglio tra due vecchi campi.

Costruirne uno nuovo.

E quindi no: non siamo noi a non aver capito che esistono sovranisti di destra e sovranisti di sinistra.

È proprio perché lo abbiamo capito che ci poniamo una domanda ulteriore: perché dovremmo fermarci lì?

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