Anno XI 
Lunedì 22 Giugno 2026

Scritto da carmelo burgio
Politica
09 Dicembre 2024

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L’uccisione di Giulia Cecchettin è cosa troppo seria per metterla in burla, e in questo pezzo me ne guarderò bene, tuttavia qualche riflessione provo a elaborarla.
Che sia stato comminato l’ergastolo a Turetta, mi pare giusto. Aggiungerei, con lavoro forzato e tutto, dico tutto, il ricavato a favore dei familiari e per pagare il mantenimento in carcere. Avrebbero dovuto comminarlo in tanti altri casi, con medesima modalità risarcitoria, privando di vitto, letto e riscaldamento in cella chi dovesse rifiutarsi di lavorare. E spero che fra 30 anni non subentrino le solite considerazioni per cui al reo si consenta di rivedere il sole senza la sovrapposizione degli scacchi dell’inferriata. Magari affidandolo a cooperative sociali e – perché no – facendogli tenere le conferenze nelle scuole.
Dove però non ci siamo è l’attenzione concessa alla sorella Elena. 
Ha già costruito la colossale fesseria del “patriarcato”, che sembrava partorita da studente ciuccio, che equivoca sul suggerimento bisbigliato dal vicino di banco durante l’interrogazione, e la spara “a zero” scatenando l’ilarità della scolaresca. Bastava una minima riflessione per comprendere che il termine nulla aveva a che fare con le condizioni delle donne vessate e uccise, e al limite potesse creare imbarazzi proprio a chi difende le minoranze islamiche, altro caposaldo della cultura di una certa sinistra. 
Ora critica la sentenza di condanna, dall’alto di non so bene quale alta preparazione filosofico-giuridica, in quanto la Corte d’Assise non ha riconosciuto le aggravanti della crudeltà e della persecuzione. Mi stupisce solo che i magistrati si siano sentiti in obbligo di replicare. E che da sinistra non abbiano sottolineato che le sentenze si accettano e non si commentano.
Non soddisfatta, attacca il legale del Turetta, stabilendo quale linea difensiva gli fosse permesso attuare. Beh, il difensore il suo lavoro lo deve pur fare, e non deve essere esposto – in una società pervasa dai social – alle più che prevedibili conseguenze da parte di qualche squilibrato, che ha già cominciato a inviare minacce.
Insomma, comprensibile il dolore, ma la ragazza sta forse esagerando, e si comincia a far strada l’idea che voglia sfruttare l’evento per ottenere magari una candidatura. Del resto siamo un’Italia che talora non va a votare per cittadini che abbiano un progetto concreto, ma per chi scateni emozioni. Non a caso in Parlamento abbiamo portato pure Gerry Scotti, dimostratosi campione di simpatia, ma anche d’assenteismo, e Cicciolina, che invece in aula ci andava.
Fra l’altro il silenzio di Elena circa i reiterati episodi che si registrano nell’Iran degli Ayatollah, induce a “pensare a male”, nell’andreottiana accezione. E altrettanto silente è stata su quel giudice che assolveva l’islamico picchiatore della propria donna, in quanto i pestaggi erano solo frutto di cultura radicata nel mondo dei “veri credenti”.
L’uccisione di Giulia Cecchettin, come quella di tante altre che non volevano accettare un partner-padrone o che veniva imposto dai familiari, merita attenzione. Che si voglia tendere a annullare certi fenomeni è corretto, ancorchè la pratica ci dica – purtroppo – che forse certi comportamenti siano insopprimibili. Che non si continui, tuttavia – questo è il mio auspicio – a giuocare di fioretto sui distinguo, blaterando che a destra si tollerino certi comportamenti vessatori, e a sinistra li si combatta. In tal caso, davvero, si dimostrerà di non rispettare chi è stata uccisa, e di saper praticare solo basso sciacallaggio.
Spiace usare questo termine “forte”, ma davvero non ne trovo altro per essere chiaro.
Che le donne – ma anche gli uomini che non vogliano proseguire una relazione – meritino rispetto, non v’è dubbio, ma se si lamentano stupri avvenuti 12 anni fa – onestamente difficilmente dimostrabili – per farne battaglia politica, si perde credibilità. E si induce al sospetto che anche la difesa della libera autodeterminazione di un essere umano a scegliere chi amare, sia solo un modo per lottare per seggi, poltrone, candidature. In sintesi: per il potere e, per risolvere il problema occupazionale senza far ricorso al Reddito di Cittadinanza.   
   

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