Le scene diffuse dai media, relative alle manifestazioni del 17 ottobre nelle maggiori città d’Italia, fra cui Milano, impongono riflessioni che magari possono sembrar ripetizioni. Ma se si ripetono gli ASKATAsfasci, perché non reiterare la condanna e tentare d’indicare un’alternativa?
Non si può accettare che – per salvaguardare il diritto di manifestare che “sacrosanto” non è – si calpestino altri diritti. Che invece sacrosanti – a mio parere – sono, come la vita e l’incolumità del prossimo, sia esso o meno poliziotto o carabiniere. Come il rispetto dei materiali acquistati con denaro pubblico, che lo Stato affida alle forze dell’ordine per presidiare il territorio e proteggere i cittadini. Come il diritto al lavoro – protetto dalla Costituzione “prima” di difendere quello di contestare – di chi, manifestazione durante, deve, o preferisce, pensare a sbarcare il proprio lunario e quello dei propri dipendenti.
Di primo acchitto ho detto che ciò che vediamo è frutto di una certa sinistra, che ha stravolto a proprio esclusivo vantaggio il dettato costituzionale, e il sentire di quella psudo-cultura che vede nell’uomo in uniforme il “nemico”, l’ACAB (All Cops Are Bastard). Quella che s’alimenta di contenuti gender e LGBTQ+ ammanniti all’insaputa dei genitori, talvolta, già alla scuola materna. Quella che pretende d’ospitare tutti, senza dire come, e a condizione non diano troppo fastidio nei salotti buoni delle città.
Quella che chiede come finanziare qualsiasi provvedimento sociale a favore degli italiani, se proposto dalla destra, pretendendo il pronto vaglio della Corte dei Conti, e si è sempre dimenticata di dirci dove attingere le risorse per far fronte a un’invasione indiscriminata in violazione d’ogni legge sull’immigrazione, che in primis prevede una difesa dei confini.
In 41 anni spesi in servizio, una volta ultimati gli 8 di preparazione nelle scuole militari, ho assistito negli ultimi 15 ad un progressivo deterioramento delle condizioni di lavoro del personale delle FFP preposto al controllo delle manifestazioni.
Un tempo i cardini erano semplici: chi manifestava era soggetto alle Autorità di Pubblica Sicurezza, doveva rispettarne gli ordini, se veniva allo scontro poteva anche pagarne il prezzo in termini di danni fisici. E se commetteva reati doveva essere individuato, e possibilmente tratto in arresto o denunciato. Inoltre i mezzi di servizio, acquistati con i tributi versati dai cittadini, andavan difesi e preservati in area distante e protetta.
Adesso, con la scusa di alcuni episodi avvenuti nel 2001 al G8 di Genova, sembra che tutti questi cardini siano saltati. La bravura del policeman in servizio di ordine pubblico è direttamente proporzionale alla quantità di legnate che riesce a assorbire, e inversamente proporzionale a quelle che distribuirà. I mezzi dei reparti impegnati in piazza sono utilizzati come barricata, nella consapevolezza che finiranno certamente in pezzi. L’arresto dei più facinorosi è centellinato, e spesso osteggiato da inopinate assoluzioni e remissioni in libertà.
E Alleanza Verdi-Sinistra postula policemen disarmati e privi anche delle protezioni per limitare i danni da legnate, e identificabili con matricole ben visibili su caschi e uniformi.
Già, mi si dirà, è solo una provocazione: chi mai sta a sentire la quintessenza dell’oppiosuzione? Quella che, al momento di una malaugurabile vittoria elettorale di Elly-e-i-suoi-fratElly, le altre componenti del “campo largo” non staranno a sentire. E invece no. Perché è stato proprio questo stillicidio di richieste e proposte della sinistra italica, che hanno castrato progressivamente l’intervento dello Stato. Fino a giungere ai risultati oggi sotto gli occhi di tutti. Perché pian piano ogni castroneria partorita a quelle latitudini politiche, diventa regola scritta o non scritta.
E allora perchè non si provoca anche da parte del Governo, chiedendo analoghi numeri identificativi per ogni manifestante, su “fratino” da far indossare a cura dei promotori della manifestazione?
Perché – atteso che è risaputo che finirà in un certo modo – non si comincia a incriminare penalmente i promotori di manifestazioni che “non possono non sapere” quale sarà l’epilogo? Che – per quanto dicano dopo di esecrare – si son prefigurati di certo quando hanno avviato l’iter in Questura per poter “pacificamente” manifestare?


