Non posso dare torto a chi nutre poca fiducia nella magistratura e a chi l’accusa persino di fare politica. Ho letto del caso Siher e concordo con coloro che hanno criticato la decisione della giudice. È stato anche fatto notare che la giudice è una pro-Pal e che, a suo tempo, ha partecipato a manifestazioni a favore dei palestinesi, condividendo, almeno in parte, le posizioni di Siher. Si è ipotizzato che possa condividerne le idee e, forse, anche alcune azioni.
A dimostrazione del fatto che la decisione potrebbe essere stata sbagliata, c’è quanto accaduto dopo la sua liberazione: Siher è stato visto partecipare a Brescia a uno dei cortei di protesta che si stanno svolgendo in molte città italiane. Ecco il video: https://www.ilgiornale.it/video/interni/youssef-siher-a-brescia-il-video-esclusivo/
C’è da pensare che abbia spronato i manifestanti a protestare, magari anche duramente? Io penso di sì. Mi riesce difficile immaginarlo come un semplice spettatore silenzioso.
Ma, per quanto riguarda il cattivo e inappropriato funzionamento della magistratura, posso citare alcune mie esperienze dirette. Sono in grado quindi di affermare di aver toccato con mano certe disfunzioni, e nessuno può contestarmi ciò che ho vissuto personalmente.
Ecco la prima.
Ero direttore della filiale di Altopascio della ex Cassa di Risparmio di Lucca. Ogni anno avevo la possibilità di scegliere 10 famiglie bisognose e di consentire a un loro figlio di partecipare gratuitamente alla colonia estiva organizzata dalla Banca.
Così feci. Accadde che una madre bisognosa venne da me per protestare perché non avevo scelto la sua famiglia. Le feci notare che suo figlio era già stato ammesso alla colonia l’anno precedente e che, per questo motivo, avevo deciso di assegnare il posto al figlio di un’altra famiglia.
Naturalmente non fu d’accordo e se ne andò molto adirata.
Finisce qui? No. Qualche giorno dopo si presentò insieme al marito e ripeté le sue rimostranze. La mia risposta fu la stessa. Se ne andarono furiosi.
Qualche giorno più tardi venne a trovarmi il maresciallo della locale stazione dei carabinieri per avvertirmi che quei coniugi mi avevano denunciato, accusandomi di averli insultati in vari modi.
Mi fu subito chiaro il motivo per cui la donna era tornata da me accompagnata dal marito: questi avrebbe dovuto farle da testimone. Ma non mi preoccupai, perché avevo una testimone assai valida: la mia segretaria, che aveva assistito a entrambi gli incontri.
Ebbene, fummo chiamati in pretura per il processo. La banca mi aveva messo a disposizione il migliore avvocato che ci fosse a Lucca e, dunque, non avevo motivo di temere.
La giudice mi interrogò e io esposi le mie ragioni. Interrogò anche la mia segretaria, la quale confermò che gli incontri con quei coniugi si erano svolti in modo assolutamente corretto e che non erano state rivolte loro ingiurie.
Poi venne il turno dei coniugi. La donna confermò la propria versione dei fatti. Infine fu chiamato il marito. Quando si presentò, destò stupore: era accompagnato da due carabinieri, poiché si trovava in carcere per uno dei suoi abituali misfatti.
La giudice lo ascoltò e poi si ritirò per deliberare la sentenza. Il verdetto fu a mio danno. In altre parole, credette alla testimonianza di un uomo detenuto, noto per i suoi precedenti, piuttosto che a quella della mia segretaria, persona incensurata che aveva assistito ai fatti.
Rimase stupito anche il mio avvocato, che mi disse che avrebbe presentato ricorso. Sopravvenne, però, una provvidenziale amnistia e tutto finì lì.
Ma io rimasi sconvolto e ancora oggi ricordo con amarezza quell’accaduto.
Ed ecco la seconda esperienza.
Un vicino delle nostre proprietà non aveva rispettato le distanze tra costruzioni previste dalla legge. Ci rivolgemmo alla pretura, ma in quella sede gli fu dato ragione.
Presentammo ricorso e, questa volta, il Tribunale accolse le nostre richieste, condannando il vicino a corrisponderci una somma per la violazione commessa.
Ho raccontato questi fatti in poche righe, ma, in realtà, per arrivare a una decisione favorevole impiegammo ben tredici anni.
A quel punto il nostro avvocato ci chiamò per comunicarci che il vicino aveva presentato ricorso in Cassazione. Che cosa dovevamo fare? Gli dicemmo che non volevamo affrontare altri anni di attesa. Stavamo invecchiando e quella pendenza ci pesava.
«No», ci rispose, «la Cassazione è veloce e, entro un anno o poco più, avremo la sentenza».
Ebbene, procedemmo. Passarono però ben due anni e non c'era alcun segnale che la sentenza fosse vicina.
Ci recammo nuovamente dall’avvocato e gli dicemmo che i tempi erano diventati troppo lunghi e che non desideravamo portarci dietro ancora a lungo quella causa, vista anche la nostra età. Gli chiedemmo quindi di cercare una mediazione.
Per quanto ci riguardava, proponemmo all’avvocato di restituire una parte della sanzione che avevamo incassata per chiudere definitivamente la questione. Il vicino pretese qualcosa in più; accettammo di concedergli una parte di quanto chiedeva e, così, raggiungemmo un accordo e mettemmo fine alla causa.
I tempi interminabili della giustizia ci avevano ormai stremati.
Che rimprovero potete farmi se vi dico che queste due esperienze mi hanno fatto disperare della giustizia italiana? Una giustizia affidata a magistrati che ormai considero, salvo talune eccezioni, non più obiettivi e determinati garanti dei diritti del cittadino.
Perché non ho fiducia nella magistratura. La mia esperienza
Scritto da Bartolomeo Di Monaco
Politica
02 Novembre 2026
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