Anno XI 
Lunedì 19 Ottobre 2026

Scritto da Antonello Cresti
Politica
19 Ottobre 2026

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Le immagini arrivate da Milano meritano qualcosa di più delle consuete reazioni rituali. Non basta dire che «la violenza è sbagliata». Bisogna provare a capire che tipo di violenza stiamo guardando.
Le manifestazioni del 17 ottobre erano nate attorno a questioni sociali reali - caro vita, benzina, pressione fiscale - ma una parte della piazza si è trasformata in tutt'altro: scontri con la polizia, vetrine distrutte, incursioni nei negozi e saccheggi. Nike, Foot Locker, Levi's, Under Armour, Carrefour: non sono dettagli irrilevanti, perché raccontano qualcosa della natura di ciò che è accaduto. Quasi la metà dei circa cinquanta fermati nella prima giornata erano minorenni; le cronache hanno descritto gruppi molto giovani, spesso senza una chiara affiliazione politica. 
Ed è proprio qui che il paragone con gli anni Settanta, che qualcuno potrebbe essere tentato di evocare, diventa quasi grottesco.
Non ho alcuna nostalgia per gli «espropri proletari», né intendo riabilitare la violenza politica di quegli anni. Ma storicamente quegli atti appartenevano a un universo ideologico riconoscibile. Nell'Italia del 1977 l'Autonomia operaia, insieme alle altre componenti del movimento, inseriva occupazioni, autoriduzioni ed «espropri proletari» dentro una teoria del conflitto sociale e una strategia dichiaratamente antagonista. 
Era violenza. Ma pretendeva di essere politica.
Charles Tilly, uno dei maggiori studiosi dei movimenti sociali, ha spiegato che un movimento nasce da scopi comuni, solidarietà, rivendicazioni collettive e un repertorio di azione riconoscibile. La protesta non è semplicemente una folla che rompe qualcosa: è un conflitto nel quale qualcuno avanza una pretesa nei confronti di qualcun altro. 
E allora poniamoci una domanda poco elegante ma necessaria: qual è la rivendicazione politica contenuta nel rubare un paio di scarpe firmate?
Qui sta, a mio giudizio, la differenza essenziale.
Persino le grandi rivolte popolari del passato, spesso raccontate superficialmente come esplosioni irrazionali della «folla», avevano una loro logica sociale. Lo storico E.P. Thompson, studiando i tumulti per il pane nell'Inghilterra del Settecento, elaborò il celebre concetto di moral economy: le folle reagivano quando ritenevano violato un diritto elementare alla sussistenza, al prezzo giusto, all'accesso al cibo. Non erano semplicemente persone che approfittavano del caos per arraffare qualcosa. Dietro quelle rivolte esisteva una concezione, per quanto rudimentale, della giustizia sociale. 
Milano ci pone davanti a un fenomeno differente.
La contraddizione è quasi perfetta: si sostiene di ribellarsi al sistema dei consumi e poi si sfondano le vetrine per impossessarsi esattamente degli oggetti attraverso i quali quel sistema costruisce status, desiderio e identità.
Non si distrugge il feticcio della merce.
Lo si vuole gratis.
Su questo Zygmunt Bauman disse qualcosa di molto più interessante dopo le rivolte inglesi del 2011. Le definì rivolte di «consumatori difettosi e squalificati»: persone che non contestavano necessariamente la società dei consumi, ma soffrivano per non riuscire a parteciparvi nella maniera promessa. 
Il sociologo David Moxon avanzò una tesi ancora più provocatoria: quei saccheggi non rappresentavano tanto il rifiuto dei valori della società consumistica quanto, per certi aspetti, la loro esasperazione. Si infrangevano le norme della società, ma si continuavano a desiderare esattamente le cose che quella società insegnava a desiderare. 
È un'immagine che vale la pena tenere a mente davanti alle vetrine milanesi.
Naturalmente sarebbe altrettanto semplicistico trasformare ogni ragazzo presente in piazza in un piccolo borghese annoiato. Non abbiamo elementi per attribuire a tutti la stessa provenienza sociale, e la ricerca sui riots inglesi invita giustamente a non ridurre fenomeni complessi al solo consumismo: disagio, esclusione, rabbia politica e opportunismo possono convivere nella stessa esplosione collettiva.
Ma proprio per questo bisogna rifiutare anche la mistificazione opposta: non ogni violenza commessa da un giovane diventa automaticamente espressione degli “ultimi”.
Gli ultimi esistono davvero. Sono quelli che il caro vita lo subiscono tutti i giorni. Famiglie che tagliano la spesa, lavoratori poveri, pensionati, giovani che non possono permettersi una casa.
Confondere la loro sofferenza con chi devasta un negozio per portarsi via merce significa fare un torto innanzitutto a loro.
Rimane infine la questione dell'impunità.
Dire che chi devasta debba percepire delle conseguenze non significa necessariamente invocare pene draconiane. Anzi, la ricerca criminologica mostra qualcosa di più interessante: sul piano della deterrenza conta generalmente molto più la certezza di essere individuati e sanzionati che l'aumento spettacolare della severità delle pene. 
È precisamente questo il punto.
Una società che lascia maturare la percezione che si possa distruggere, saccheggiare e dileguarsi senza conseguenze produce inevitabilmente altra violenza.
Non servono né romanticismo sociologico né isteria repressiva.
Serve ristabilire un principio elementare: puoi contestare il sistema, puoi manifestare contro il caro vita, puoi gridare la tua rabbia. Ma se sfondi una vetrina e rubi ciò che trovi dentro, non sei per questo diventato un rivoluzionario.
Forse sei soltanto il prodotto terminale della stessa società che dici di combattere.
Perché la vera rivolta contro il consumismo non consiste nel rubare le sneakers. Consiste nel riuscire finalmente a immaginare una società nella quale quelle sneakers non definiscano chi sei.

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