Con propria ordinanza, il GIP di Milano Tiziana Landoni ha scarcerato il ricercatore italo-marocchino Youssef Siher, accusato dalla Digos e dal pubblico ministero della sezione antiterrorismo del tribunale del capoluogo lombardo di essere la mente, il coordinatore e l’organizzatore della sigla "Movimento 17 ottobre", ossia delle sommosse giovanili che hanno messo a ferro e fuoco alcune città italiane. Le accuse erano di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo, nonché di violenza organizzata in pubbliche manifestazioni, il nuovo reato introdotto di recente dal decreto del governo Meloni. L’esito del giudizio è l’ultimo di una lunga serie di decisioni giudiziarie in contrasto con le scelte dell’esecutivo in materia di repressione dei fenomeni di violenza, che riguardano immigrati oppure, come in questo caso specifico, immigrati naturalizzati di seconda generazione. Per farla breve, ogniqualvolta si tenti di adottare misure repressive per controllare, limitare o arginare il fenomeno migratorio oppure i moti di protesta che sfocino in contestazioni al Governo Meloni, taluni magistrati si peritano di essere indulgenti e di limitarne gli effetti. È capitato quando il governo ha tentato di contrastare gli sbarchi gestiti tramite le organizzazioni non governative, quando ha trasferito in Albania, in appositi centri di accoglienza, i migranti irregolari da rimpatriare e quando, a vario titolo e per diverse vicende, sono stati coinvolti migranti. Una sorta di buonismo giuridico che esprime un’ideologia preconcetta, favorevole a chiunque metta piede sull’italico suolo, ritenuto meritevole di accoglienza, sostegno e comprensione. Un’implicita introduzione di ulteriori e non previste attenuanti di legge, di guarentigie assimilabili a un’esimente perpetua, a un eterno favor rei per chi contesta il governo, infischiandosene delle istituzioni e del potere costituito. Questo è il punto dolente del problema: non un episodio, ma un inveterato comportamento di chi giudica con scarsa misura taluni e persegue altri con indefesso accanimento, solo perché fanno politica. Nel caso che qui ci interessa, secondo l’accusa, Siher avrebbe creato una "piattaforma per una strategia rivoluzionaria per concentrare in piazza migliaia di persone", auspicato e promosso una rivoluzione, confezionato istruzioni per l’uso e tratto spunti dal manuale della Rivoluzione del 2011. Secondo il giudice per le indagini preliminari, invece, mancano i gravi indizi di colpevolezza. Insomma, nelle azioni poste in essere dall’italo-marocchino non si ravviserebbe il ricorso ad azioni violente né l’adozione di altri comportamenti riconducibili a fattispecie di reato. Youssef non avrebbe neppure evocato le gravi violenze verificatesi. Avrebbe scritto un documento dal titolo e dal contenuto eloquenti, senza però divulgarlo. In sintesi, si sarebbe limitato a promuovere una mobilitazione collettiva e consapevole di protesta contro le attuali politiche governative e la formazione di una “coscienza collettiva”. Manca poco che l’incolpato, più che aver ordito trame eversive e sobillato gli animi, abbia voluto indicare un nuovo indirizzo pedagogico per giovani e adolescenti. Insomma, un martire della libertà di pensiero conculcata dal potere. Non si tratterebbe di un agit-prop, di un estimatore della rivolta sociale, dell’ispiratore di una filosofia su come i giovani e i giovanissimi debbano combattere e cambiare la realtà attraverso la violenza. Bisognerebbe ricordare a questo giudice l’aforisma liberale secondo il quale «la libertà di agitare il nostro pugno finisce laddove comincia la libertà dell’altrui naso». Al GIP è parso plausibile l’esercizio di una libertà senza responsabilità, la pretesa di essere ascoltati dall’opinione pubblica anche quando si predicano il caos e la violenza: una libertà individuale illimitata, che non trova un confine naturale nel rispetto dell’integrità e dei diritti altrui. Una scarcerazione che non tiene in alcun conto che chi soffia sul fuoco contribuisce implicitamente e irresponsabilmente ad alimentarlo. Un ulteriore caso di applicazione di garanzie giuridiche unilaterali, riconosciute solo perché la protesta è esercitata contro chi ci governa e non estese a chi ha diritto alla quiete sociale, alla tutela della proprietà e dell’incolumità: come i titolari dei negozi assaltati e depredati dai facinorosi che, secondo l’accusa, Youssef Siher avrebbe istigato a protestare e ad agire. Con tali magistrati, il Belpaese diventa il luogo in cui tutto si giustifica quando si agisce contro chi ci governa, per antinomia e antipatia politica. Quella sentenza, come le altre dello stesso segno, è paragonabile alla camicia di Nesso, che paralizza e poi avvelena, ideologicamente parlando, chi la indossa. Forse una vendetta simile a quella del mitologico centauro che avvelenò Ercole: stavolta, però, con indosso la toga del magistrato politicamente orientato e, come tale, condizionato, che piega la legge alla propria idea politica.


