Anno XI 
Giovedì 8 Ottobre 2026

Scritto da Irene Decorte
Politica
30 Gennaio 2024

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“Questo è un momento che deve unire, non dividere, e che ci chiama ad un’azione importante di sensibilizzazione per ricordare quanto è successo, averne la massima consapevolezza e cercare di evitare che si ripeta in tutti i modi possibili, soprattutto attraverso i giovani”: così ha introdotto il consiglio comunale aperto di oggi, dedicato alla celebrazione della Giornata internazionale della memoria tenutasi il 27 gennaio, il sindaco Mario Pardini.

In questi giorni, ha ricordato il sindaco, ci sono state più occasioni in cui l’amministrazione ha ricordato l’occorrenza, occasioni che permettono di riflettere su quale deve essere il valore profondo di questa giornata. “Sabato con il prefetto all’istituto Fermi abbiamo consegnato delle medaglie, all’auditorium della fondazione Banca del monte è stato proiettato il film La scelta di Sophie, è stata inaugurata una mostra… sono tutte cose che facciamo perché, attraverso vari tipi di linguaggio, passi il messaggio che quanto è successo non deve più accadere - ha affermato Pardini - Viviamo in un’epoca in cui le nuove generazioni sono sempre sommerse da immagini: se non rendiamo il nostro messaggio convincente rischiamo che si perda in mezzo al frastuono, così dobbiamo fare in modo che sia una melodia, perché l’orecchio la segua e il messaggio passi”.

“Una delle paure più volte comunicate dalla senatrice Liliana Segre è che la storia della Shoah, una volta scomparsi i testimoni diretti, diventi un anonimo rito nei libri di scuola - ha proseguito il consigliere del Pd Giovanni Giannini- L’impegno che ci siamo dati in questo giorno è di mantenere la memoria di ciò che è stato, e costruire la consapevolezza per quello che potrebbe essere il futuro. Personalmente, io rifiuto l’abbinamento di fatti legati alla ricorrenza di oggi con eventi in corso in terre lontane: la Shoah sempre dovrà avere una riflessione dedicata, e pure non credo che ci sia una colpa nel richiedere pubblicamente la fine di una guerra che ha ampiamente superato i limiti della comprensibile sete di vendetta”.

Sono ormai oltre 20 anni che l’Italia celebra il Giorno della memoria, ancora prima della scelta della Comunità europea e dell’Onu di renderla una ricorrenza internazionale: una giornata importante perché, come ha sottolineato il professore universitario e direttore dell’Istituto storico della resistenza Gianluca Fulvetti, ci porta a interrogarci come europei e come italiani.

“L’antisemitismo ha una matrice europea: è un pezzo della cultura e dell’ideologia delle destre nazionaliste nella seconda metà dell’Ottocento, una reazione ai principi di libertà della Rivoluzione francese cui si aggiungono un razzismo religioso e uno biologico- ha spiegato il professore- E questa tragedia ci interroga anche come italiani: in Italia tutto è avvenuto in silenzio e nel disinteresse generale, contrariamente a quanto affermato da quella narrazione autoassolutoria di cui ci siamo serviti per allontanare da noi l’immagine del male. Solo nel 1943, in un contesto profondamente diverso, molti italiani si sono scoperti salvatori, rischiando la vita per proteggere gli ebrei, compiendo scelte difficili e non scontate: come ha affermato la storica Anna Bravo, chi protegge un perseguitato non si mette in attesa, ma si espone, fa i conti con la propria responsabilità individuale. Queste persone, con il loro no quotidiano, hanno definito uno spazio e una pratica di cittadinanza all’insegna dell’uguaglianza, opponendosi al nuovo ordine europeo che il fascismo ha cercato di impiantare e anticipando i principi universali poi sanciti dalla costituzione italiana”.

L’importanza dei “giusti”, di coloro che si sono messi in pericolo per aiutare qualcun altro: l’ha ribadita anche Paolo Molco, componente della comunità ebraica di Pisa che, nel ricordare lo zio preso su delazione, “perché la vita di un uomo valeva tremila lire”, ha ricordato anche le molte persone che hanno aiutato ebrei a rifugiarsi senza alcun guadagno; e così anche Alberto Paradossi, figlio di Umberto Paradossi cui lo scorso anno è stato tributato il titolo di “giusto tra le nazioni” per il suo impegno nel nascondere una famiglia ebrea.

“Mio padre pensava che ai suoi figli dovesse lasciare un avvenire non solo di pane, ma anche di giustizia e di libertà”, ha poi raccontato Giuliana del Bianco riguardo al padre Carlo del Bianco, professore che si oppose con decisione al regime fascista e che per questa sua opposizione perse la vita, come lo psichiatra lucchese Guglielmo Lippi Francesconi. Riguardo a quest’ultimo, il professore Enrico Marchi ha affermato: “Diventato il direttore dell’ospedale psichiatrico di Maggiano, si è fatto subito promotore di cambiamenti radicali: è diventato un po’ il precursore della psichiatria moderna, opponendosi fortemente al custodialismo manicomiale. Inizialmente aderì al partito fascista, ma si trovò in collisione con i gerarchi che gli chiedevano perizie particolari per i dissidenti e notizie sui ricoverati, se tra loro vi erano degli ebrei. Lui rispondeva sempre di no, in nome di un rigoroso rispetto dell’etica professionale, della tutela della vita e dei diritti dei pazienti”.

Ricordare e riflettere sugli eventi tragici del nostro passato, nonché su coloro che in tali contesti riuscirono a fare del bene, è qualcosa che non dobbiamo mai smettere di fare e che può aiutarci a comprendere il nostro presente e il nostro futuro. “Andare alle radici non è facile né indolore, ma decifrare i campi ci impone di fermarci a pensare a quanto oggi si sta ripetendo, anche quando preferiremmo non sapere - ha osservato Simonetta Simonetti, presidente dell’Associazione toscana volontari della libertà - Assuefarsi alla guerra, pensare di essere immuni alla violenza e ricordare cose accadute come cose che non lasciano un segno è estremamente pericoloso. Bisogna ricordare, ma un ricordo imbevuto di retorica non è utile: il ricordo deve essere attivo e attualizzato per comprendere nel presente i segni anticipatori di un passato da non riprodurre”.

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