Anno XI 
Sabato 26 Settembre 2026

Scritto da ubaldo de francesco
Politica
25 Settembre 2026

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Ci sono solo due modi per parlare di emigrazione o immigrazione: affrontare la situazione nel miglior modo possibile oppure specularci sopra per meri obiettivi personali.

Prima, però, sarebbe opportuno fare delle premesse e partire da punti fermi incontrovertibili; io ne individuo almeno tre:

1. Il processo di emigrazione di uomini e donne da un paese all’altro, o addirittura da un continente all’altro, è antico quanto l’uomo. Negli ultimi anni il fenomeno si è evidentemente acuito per palesi motivi economici, sociali e climatici. È bene capire che il processo è, e sarà in futuro, ineluttabile; non servirà alzare muri o chiudere i porti: chi muore di fame, di sete o sotto le bombe continuerà a cercare di salvarsi, semplicemente perché non ha alternative.

2. È bene chiarire, però, che i bisogni sono due: chi emigra ha assoluta necessità, per vivere, di tentare di trovare asilo nei paesi più abbienti. Ma anche questi ultimi hanno, e avranno sempre di più in futuro, bisogno di forza lavoro, per coprire alcune attività che nessuno, in quei paesi, fa più e, soprattutto, per bilanciare i conti tra contributi da lavoro e pensioni percepite.

3. L’incrocio di culture, etnie e genìe diverse ha sempre rappresentato, per un paese, ricchezza e mai impoverimento. Si potrebbe fare il classico esempio degli Stati Uniti ma io voglio indicare il nostro di esempio: il grande patrimonio culturale, artistico ed anche imprenditoriale, che tutto il mondo riconosce all’Italia e dei quali andiamo giustamente fieri, è proprio il risultato dell’incrocio di diversità (greci, arabi, normanni ecc.) che, nei secoli, ha caratterizzato il nostro paese. Non solo la cultura, non solo l’arte, non solo la genialità ma anche il nostro patrimonio genetico, tra i migliori del pianeta, è frutto di tanto, benefico miscuglio!

Le premesse, però, non vogliono assolutamente sottovalutare la questione; anzi, credo che, chiunque si candidi a gestire il governo di un paese, di una città o anche semplicemente di una scuola debba necessariamente mettere in cima alla sua agenda la gestione “ordinata” e non ideologica dei migranti. Al contrario, il mio consiglio è proprio quello di diffidare di chi voglia, in qualunque modo, semplificare o banalizzare il problema, indicando soluzioni populiste, fatte di poche parole roboanti ma di impossibile attuazione! 

Due cose, invece, spererei ardentemente: che quando si parli di immigrati si metta al primo posto l’essere umano e di non sentire più, ma proprio più, le tristi parole “a casa nostra” e “a casa loro”; esiste una sola casa, la Terra… e avremmo solo il dovere di prendercene cura!

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