In ordine al sempiterno tormentone del fascismo, la recente replica della premier Giorgia Meloni, ha fatto scatenare le opposizioni. Vanno comprese, essendo già fustigate dall’apartitico di vecchia data Enrico Mentana (che non vota dal 1992), che le ha qualificate come prive di capacità d’elaborazione di programma realistico per il futuro, affogate come sono fra accoglienza e inclusione di maniera, senza “se” e senza “ma”. E senza spiegare come praticamente fare ad attuarle.
Ma vediamo cosa ha sostanzialmente detto la prima donna italiana assurta al ruolo di PdC, e per giunta appartenente a partito che – a parere sempre dell’opposizione – avrebbe legami con ventennio, ispirandosi ad alcuni dei suoi valori.
A domanda specifica ha spiegato che, probabilmente, chi ha vissuto direttamente il fascismo, potrebbe aver avuto una percezione differente da quella comunemente diffusa al giorno d’oggi. A bocce ferme e partita conclusa.
Caliamoci allora nell’Italia dell’uomo medio che l’ha vissuto. Della massa. Al netto di come possano aver percepito la situazione persone di maggiore sensibilità politica, magari orientate verso istanze socialiste o cristiano-cattoliche.
L’uomo medio era spesso reduce da trincee o fabbriche, ove aveva dato il suo contributo alla guerra. Tornato a casa ha trovato disoccupazione e povertà, cui s’è aggiunto un biennio di scontri fra fazioni rossa e nera. Sostanzialmente gli serviva lavorare, e un po’ di tranquillità. Per riprendersi la vita e la cura di una famiglia. E voleva il riconoscimento – magari un po’ retorico, ma era la generazione che cresceva con “Cuore” di De Amicis – del suo sacrificio.
Gli è stato dato ciò che nella sua semplice umiltà chiedeva, e dopo qualche anno gli hanno pure detto che, riconquistata la Libia, ci si pigliava pure l’Impero. E si poteva smettere d’emigrare in America, e trovare un “posto al sole” africano, o al limite nella bonificata pianura Pontina. La pacchia!!
E poi l’Italia pedatoria vinceva i mondiali nel 1934 e nel 1938, e le olimpiadi nel 1936, grazie al CT Pozzo, già ufficiale degli Alpini, che arringava Meazza, Combi e Orsi e compagnia, come era d’uso prima dell’assalto. Pensando a come vanno le cose ora agli azzurri, verrebbe da dire che con un Pozzo che faceva tagliare i capelli e rasare le barbe, magari potrebbero andar meglio.
Insigni “antifa” come Giorgio Bocca, Dario Fo, Eugenio Scalfari e Aldo Moro erano fascisti. Non sto parlando d’imbecilli, ma di gente con la testa sulle spalle. Come lo era ad esempio un grande eroe della Resistenza, “Nuto” Revelli. 2 medaglie d’argento in Russia con il battaglion “Tirano”, prima di capire d’aver sbagliato e diventare partigiano, guadagnandone una terza.
Nelle Regie FF.AA. e nella Pubblica Amministrazione la tessera del PNF era obbligatoria per ottenere l’avanzamento. Abbiamo martiri delle Fosse Ardeatine che risultano essere in possesso di tessera del “fascio”, e son decorati di Medaglia d’Oro della Resistenza.
Perché, lungi dal ripetere la battuta che “prima tutti erano fascisti e il giorno dopo antifascisti”, qualcosa è accaduto. È stata presa coscienza degli errori del regime e di dove si stesse andando a finire, fra invasioni e bombardamenti.
La Resistenza non l’hanno condotta dei marziani sbarcati da un bel disco volante, mentre le FF.AA. evaporavano l’8 settembre e gli Alleati si fermavano a Napoli per ballare il Boogie-Woogie.
Fra i tanti, vi erano anche coloro che erano stati in tutta onestà fascisti, diventati in tutta onestà comunisti. V’erano – ovvio – altre categorie, meritevoli e no. Antifascisti della prima ora, opportunisti, e magari qualche mascalzone. Questi non mancano da nessuna parte, sia chiaro.
Ecco, in definitiva, cosa credo la nostra premier abbia voluto dire. Non era un inno ad un passato che lei stessa non vuole riportare in vita, ma la corretta presentazione storica di un periodo che – ancora – l’Italia paga. In termini di divisione becera e ottusa.
Cosi ottusa che ora credo cercherà dei neologismi per “fasciatoio”, “fascia da capitano”, “fascia dell’ozono”, “fascia climatica”, “fascia elastica”.
Invece di risolvere i problemi veri dell’Italia, che per loro resta “paese”.
Commento di Aldo Grandi: complimenti a Burgio che cita Nuto Revelli, un grandissimo esempio di antifascista che aveva vissuto il fascismo e aveva subìto sulla propria pelle la disgraziata campagna di Russia. Suo il meraviglioso e devastante libro La strada del Davai, da leggere assolutamente.



