Quando iniziò a spirare il ciclone “Vannacci”, incuriosito, espressi i miei primi giudizi – o meglio le mie idee – sulla situazione, fedele a ciò ch’è stato il mio modo di vedere le cose, da sempre. La giustizia innanzi tutto. E – a mio modesto parere – v’erano più cose che stridevano. Non mi riferisco alla maggiore o minore condivisione delle affermazioni del noto libro, ma alla reazione scomposta, a volte liberticida, sicuramente non fedele alla Costituzione e alle leggi. Il direttore della prima testata online per la quale scrivevo gratuitamente, giunse a cancellare i miei “pezzi”, cosa che mi dette l’opportunità di trovare, già dal giorno seguente, più d’una testata che invece mi dette l’opportunità di dir la mia.
Le regole son tutto in una società complessa. Si lamenta tanto l’assenza di certezza delle regole, e poi a volte se n’è complici. Posso dire peraltro che, in qualità di responsabile di più uomini riuniti in un insieme organizzato, ho avuto modo di verificare che la prima richiesta fosse che come “capo” fossi giusto. E per me è sempre stato vitale spiegare che potessi dire di sì o no, ma dovessi spiegarlo. E che potessi anche sbagliare ed essere ingiusto, purché ciò avvenisse in buona fede. Per cui sarebbe stato mio dovere cambiare idea, una volta compreso d’avere errato.
Per questo ci spero sempre.
Come speravo di non dover assistere allo spettacolo, ripetutosi pochi giorni fa, con un Monumento, un Uomo di coraggio e Valore, fregiato della più alta decorazione al Valor Militare, che andava a perdere il suo tempo per criticare le scelte del generale Vannacci. Dopo aver proferito a suo tempo il suo pensiero circa “indegnità ad indossare un’uniforme” e altro.
Stavolta, pur non impegolandosi nella diatriba su “degnitudine o indegnitudine”, ha fornito la propria opinione circa il fatto che un militare in servizio sia o meno coinvolto nella politica tenzone, per esercitare il proprio diritto all’elettorato passivo. Ossia a farsi eleggere. L’ha messo in difficoltà abile e accorto cronista, il bretellato Antonino Monteleone, che gli ha chiesto se il suo intervento avesse “valenza politica”, ottenendo apodittica risposta negativa. E stimolandolo peraltro ad ammettere di aver trascorso una legislazione in Parlamento, con Alleanza Nazionale, non risultando eletto al successivo tentativo. In soldi da uno, che ha fatto dire a Gianfranco, il “bretellatissimo” e garbatissimo Monteleone, professionista d’indubbio spessore?
Che i militari non debbano candidarsi alle elezioni. Che tale “divieto” valga per tutti meno che per l’intervistato. O che tale inopportunità valga solo per uno, giacchè generali come Franco Angioni (PD-Libano), Del Vecchio (PD-Kosovo), Mario Palombo (MSI-DN, dell’Arma), gli ammiragli Gino Birindelli (MSI-X MAS ante-8.9.1943) e Durand de la Penne (DC e PLI - X MAS ante-8.9.1943). Non dimenticando il prefetto Achille Serra (FI, DC, UDC – Polizia di Stato), e i magistrati Scarpinato e Cafiero de Raho (M5S), Franco Roberti e De Magistris (PD). E omettendone tanti altri, che dovrebbero avere analoga terzietà invocata dal Monumento. Mix d’illogicità argomentativa perfetta.
Ma non è di questo che intendo discettare, di per sé fonte di coloriti attacchi social. Che nella loro becera cattiveria non hanno considerato il coraggio, la dedizione, il sacrificio di Gianfranco Paglia. Che merita rispetto per quel nastrino con serto d’alloro e stelletta dorata,
Nella vicenda intravedo piuttosto, sempre in “punta di diritto”, un pericolo assai grave.
Criticare, in particolare a mezzo stampa e comunque in pubblico, un proprio superiore di grado, è comportamento che può comportare l’avvio di un procedimento disciplinare. E persino – dipende dall’interpretazione che può fornire un magistrato militare – ad un procedimento penale. Il bello è che vale pure se lo si fa nei confronti di un dipendente. Si possono irrogare sanzioni, ma mai e poi mai sbandierarle a mezzo stampa.
Dov’è il pericolo? Che non essendo stato avviato nulla di tutto ciò dalle autorità competenti, domani qualsiasi militare potrà tranquillamente, sia pure in toni urbani e civili, pubblicamente stigmatizzare il comportamento di un superiore o di un dipendente. Se ciò è possibile – a mio parere – alle organizzazioni sindacali, per l’essenza della loro importante e irrinunciabile funzione, a mente della vigente normativa, mai abrogata, non sarebbe stato lecito a nessuno in servizio.
Da oggi potrà avvenire. E mi interesserebbe vedere se si applicherà l’ancora vigente normativa, o se verrà introdotta prassi per cui tale norma andrà in desuetudine.
E allora, mi chiedo, all’ottimo Gianfranco, chi glielo ha fatto fare di esporsi in cotal guisa a scardinare uno dei principi della gerarchia? Mi spiace, ma non credo sia farina del suo sacco. E, profondamente, mi dispiace. Un Monumento, uno che incarna i più sacri valori per cui vive ch’indossa le stellette al bavero, non va esposto a tale tormento. Va salutato, sull’attenti, con il tricolore nel cuore. E basta. Senza secondi pensieri.



