Anno XI 
Mercoledì 23 Settembre 2026

Scritto da Mariella Bonacci
Politica
22 Settembre 2026

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Cara Giorgia,

nel panorama politico nazionale e internazionale hai spesso dimostrato energia, determinazione e capacita di rappresentare l'Italia. Ma governare e molto più difficile che fare opposizione, anche quando l’opposizione e’ seria e costruttiva. Oggi quella determinazione deve tradursi in scelte concrete, coerenti e coraggiose, perché milioni di famiglie e piccole imprese non possono più aspettare.

Il prezzo del carburante non e soltanto un numero esposto davanti a un distributore. È il costo del viaggio di chi si alza prima dell’alba per andare al lavoro. È il conto dell’agricoltore che accende un trattore, dell’autotrasportatore che porta il cibo nei supermercati, dell’artigiano che raggiunge un cliente, del genitore che accompagna i figli a scuola. Quando il gasolio aumenta, aumenta tutto: trasporto, produzione, alimenti e servizi.

I dati descrivono una situazione pesante. Il 18 settembre, un pieno da 50 litri di gasolio self in autostrada costava in media circa 118,75 euro. Nei giorni successivi, il gasolio servito in autostrada ha sfiorato i 2,90 euro al litro, mentre Confartigianato ha stimato per ogni camion un maggiore costo medio di 11.200 euro da febbraio. Non sono cifre astratte: sono margini cancellati, investimenti rinviati e posti di lavoro messi in pericolo.

I provvedimenti temporanei non bastano

La riduzione delle accise e gli aiuti mirati possono offrire ossigeno. Il credito d’imposta previsto per l’autotrasporto, per esempio, può coprire fino al 70 per cento della maggiore spesa sostenuta per il gasolio tra marzo e agosto. E una misura importante, ma resta una risposta a un’emergenza già avvenuta, non una strategia capace di impedire che si ripeta.

Prorogare uno sconto per qualche settimana, ridurre un’accisa e poi ripristinarla parzialmente significa guadagnare tempo. Ma il tempo, da solo, non abbassa strutturalmente i prezzi. Inoltre, ogni riduzione delle entrate pubbliche deve essere finanziata: se non si interviene sulle cause del problema e sugli extraprofitti, il costo rischia di tornare ai cittadini sotto altre forme.

Servono sostegni selettivi per i redditi bassi, i lavoratori pendolari e le imprese maggiormente esposte. Ma servono anche controlli efficaci sulla formazione dei prezzi, maggiore trasparenza lungo tutta la filiera e un meccanismo realmente automatico che restituisca ai consumatori le maggiori entrate fiscali prodotte dagli aumenti, anziché lasciarle assorbire dal bilancio pubblico.

L’Europa deve agire, ma l’Italia deve farsi ascoltare

Hai ragione quando sostieni che il caro energia non sia un problema esclusivamente italiano. Guerre, instabilità geopolitica e speculazioni attraversano i confini e colpiscono soprattutto i Paesi più dipendenti dalle importazioni. Il confronto del 15 settembre con il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa ha posto al centro proprio energia e competitività: ora, pero, alle dichiarazioni devono seguire decisioni verificabili.

L’Italia deve chiedere all’Unione europea interventi coordinati contro gli squilibri del mercato energetico e regole che non penalizzino le nostre imprese. Allo stesso tempo, deve costruire una maggiore autonomia energetica, senza promettere scorciatoie: occorrono diversificazione degli approvvigionamenti, sviluppo responsabile delle risorse nazionali, geotermia, rinnovabili, accumuli, reti moderne ed efficienza energetica.

Anche sulla politica estera bisogna aprire un confronto serio. È legittimo chiedere che ogni impegno internazionale sia valutato alla luce dell’interesse nazionale e accompagnato da una chiara discussione parlamentare sui suoi costi e obiettivi. Ma nessun conflitto può essere ridotto a uno slogan: l’Italia deve cercare la pace attraverso diplomazia, diritto internazionale e cooperazione europea, salvaguardando insieme sicurezza e coesione sociale.

L’ITALIA DEVE DICHIARARE LA SUA NEUTRALITÀ A QUALSIASI CONFLITTO!

Un Paese che si impoverisce perde il futuro

La crisi non si ferma alla pompa di benzina. Le famiglie che un tempo riuscivano a comprare una casa oggi faticano persino a trovare un affitto sostenibile. Chi perde il lavoro dopo i quarant’anni rischia di trovarsi troppo giovane per la pensione e troppo vecchio per un mercato che spesso discrimina. I giovani vengono assunti con contratti fragili e stipendi che non consentono di progettare una famiglia, una casa o semplicemente una vita indipendente.

Questo e il punto decisivo: lavorare non può significare restare poveri. E andare al lavoro non può diventare un lusso. Quando una persona deve scegliere se fare il pieno, pagare una bolletta o riempire il frigorifero, non siamo più davanti a un semplice problema economico. Siamo davanti a una ferita sociale.

Autotrasportatori e agricoltori non possono continuare a lavorare in perdita. Se i camion si fermano e i campi non vengono coltivati, a fermarsi non sono due categorie: si arresta una parte essenziale del Paese. Chi produce, trasporta e crea occupazione ha bisogno di stabilita, non di provvedimenti annunciati ogni poche settimane.

Equità prima di tutto

Per reperire le risorse necessarie, occorre chiedere un contributo maggiore a chi possiede di più e a chi realizza profitti eccezionali durante le crisi. Le grandi aziende devono versare quanto dovuto, senza privilegi, elusione o trattamenti di favore. Il peso dello Stato non può continuare a ricadere soprattutto su lavoratori dipendenti, pensionati, autonomi e piccole imprese.

L’immigrazione, poi, va governata con legalità, umanità e realismo: ingressi regolari legati alle effettive possibilità di accoglienza e integrazione, apprendimento della lingua, rispetto delle leggi e accesso al lavoro. Trasformare la povertà in una competizione tra italiani e stranieri non risolve le difficolta’ di nessuno; combattere sfruttamento, irregolarità e lavoro nero, invece, tutela tutti.

Lo Stato deve comportarsi come una comunità responsabile: proteggere chi e fragile, premiare chi lavora, garantire servizi e chiedere a ciascuno di contribuire secondo le proprie possibilità. Non significa chiudersi agli altri, ma non abbandonare chi vive già qui e ogni giorno manda avanti il Paese.

Cara Giorgia, non bastano più decreti tampone. Serve un progetto nazionale che unisca energia, lavoro, casa, salari, fiscalità e politica industriale. Serve la forza di affrontare l’Europa senza isolamento, i grandi interessi senza timori e le emergenze senza trasformarle in normalità.

Perché quando il pieno costa troppo, quando una casa diventa irraggiungibile, quando un salario non basta e un’impresa chiude, non si impoverisce soltanto una famiglia. Si spegne un pezzo d’Italia. E governare significa impedire che quella luce si spenga.

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