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Scritto da chiara grassini
L'evento
10 Febbraio 2023

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"La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale 'giorno del ricordo' al fine di conservare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel dopoguerra e della complessa vicenda del confine orientale". Le parole citate si riferiscono alla legge del 30 marzo 2004 approvata dal governo per ricordare l'esodo giuliano-dalmata e i quasi 20 mila italiani torturati, uccisi e buttati nelle foibe nel periodo dell'occupazione juguslava di Trieste a opera dei partigiano comunisti nell'ultima fase della seconda guerra mondiale e negli anni a seguire.

Questa mattina nella piazza del Real Collegio, in presenza di autorità civili, e militari, è stato commemorato il "Giorno del ricordo". Perché proprio in quest'area della città? Per capirlo occorre tornare indietro di 76 anni, ossia al 9 febbraio 1947. A Lucca arrivano i primi italiani provenienti da Pola e alloggiano in due aree diverse del centro storico: in un edificio in via del Crocifisso vicino la manifattura tabacchi e presso il Crp montato al Real Collegio dove furono ospitati oltre 1200 profughi, come ricorda l'epigrafe posto all'esterno della struttura. Ma con la graduale assegnazione degli alloggi popolari il Crp inizia a svuotarsi fino a che chiude definitivamente nel 1956.

Alla cerimonia erano presenti, oltre alle tante autorità civili e militari, il sindaco di Lucca Mario Pardini, il prefetto Francesco Esposito e il presidente della provincia Luca Menesini che, dopo la deposizione della corona d'alloro sotto l'iscrizione incisa nel marmo, sono intervenuti pubblicamente.

"E' importante che il linguaggio universale raggiunga sempre tutti quotidianamente, non soltanto il giorno della ricorrenza - ha detto il primo cittadino -. Le istituzioni hanno il dovere di ricordarlo e di tramandarlo per tenere la luce accesa anche nei momenti più bui". Il prefetto, durante il suo intervento, ha ripercorso le vicende storiche e politiche dell'eccidio sottolineando l'importanza della conservazione della memoria.

Siamo verso la fine della seconda guerra mondiale e gli italiani che vivono nella Venezia-Giulia, in Istria, a Fiume e in Dalmazia sono costretti a lasciare le loro terre. Quali sono i motivi di tale abbandono? Il sopravvento delle forze politiche comuniste guidate da Josip Broz, passato alla storia come maresciallo Tito. Esse sconfiggono i fascisti croati ( avevano commesso dei crimini) e i no fascisti, cioè ragazzi di leva sloveni  chiamati a combattere già dal 1940 da Lubiana. Le prime violenze risalgono all'8 settembre 1943 dopo la firma dell'armistizio; (a Cassibile in Sicilia tra Italia e alleati anglo- americani) i partigiani jugoslavi di Tito si vendicano contro i fascisti in Dalmazia e in Istria che - nel frattempo a cavallo tra le due guerre - governavano questi territori imponendo "l'italianizzazione in maniera forzata" e allo stesso tempo reprimendo le popolazioni slave  del posto. Il regime fascista cade e tutti coloro che non sono comunisti sono considerati nemici del popolo tanto da essere torturati e gettati nelle foibe (la parola in sé deriva dal latino Fovea e significa "fossa"). Nel frattempo Tito riconquista la Slovenia e la Croazia e vuole la Dalmazia, l'Istria, il  Veneto fino all'Isonzo. Due precisazioni, però: nei primi due luoghi menzionati si trovavano borghi e città italiani a partire già dai tempi della Repubblica di Venezia e poi erano territori che erano stati annessi al Terzo Reich (quest'ultimo dominava ,a Serbia, la Croazia e la Slovenia fino all'aprile del 1945) ma una volta crollato le truppe di Tito avanzano, invadono l'Istria per raggiungere Trieste. In altre parole l'obiettivo è quello di riprendersi tutti quei territori che sono stati negati alla Jugoslavia dopo la fine del primo conflitto mondiale. Da qui giungono a Fiume e nella parte interna istriana. Da questo momento in poi cominciano a essere uccisi gli italiani che dal 1943 al 1947 vengono massacrati circa 20 mila. Altri 250 mila abbandonano le loro case. I massacri avvengono in maniera crudele, i condannati vengono legati ai polsi con un filo di ferro, disposti lungo gli argini delle foibe dai quali partono colpi di mitra fino a far cadere i loro corpi giù nelle fosse.

"La memoria è importante perché dal ricordo traiamo degli insegnamenti che ci aiutano a interpretare il presente e ad evitare che certe situazioni si possono ripetere - ha affermato il prefetto durante la cerimonia -. La memoria è un qualcosa  che si conquista giorno dopo giorno attraverso l'impegno delle associazioni degli stessi esuli e profughi che hanno contribuito a costruire la memoria".

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