C’è una battuta che la politica italiana conosce a memoria. Funziona con la sanità, con le pensioni, con le scuole e perfino con le buche nelle strade. Qualcuno propone di intervenire, qualcun altro domanda: «Sì, ma dove prendiamo i soldi?». A quel punto, di solito, cala il sipario.
Marco Rizzo e Fabio Conditi hanno deciso di partire proprio da lì. Il primo guida il nuovo movimento Italia Domani; il secondo lavora da anni a una proposta economica chiamata SIRE. Nell’incontro, la politica e la tecnica siedono allo stesso tavolo con un compito impegnativo: spiegare come si potrebbero finanziare nuove iniziative pubbliche senza limitarsi ad aumentare le tasse, tagliare i servizi o chiedere altro denaro in prestito.
Le promesse hanno bisogno di risorse
Rizzo arriva alla questione con il piglio di chi ha poca pazienza per i programmi pieni di promesse e poveri di risposte. Racconta che Italia Domani sta costruendo il proprio percorso attorno a temi come pace, sicurezza, lavoro, sanità ed energia. Il programma, dice, sarà discusso anche al congresso annunciato per il 3 ottobre a Roma. Ma prima ancora di elencare ciò che vorrebbe fare, insiste sulla domanda che ogni cittadino potrebbe rivolgergli: con quali risorse?
Qui entra in scena Conditi. SIRE significa Strumento Italiano di Rinascita Economica: un nome ambizioso, dietro il quale c’è una proposta che, almeno nelle intenzioni, vorrebbe essere molto concreta. Il suo punto di partenza sono i CIC, crediti d’imposta cedibili. Per orientarsi, conviene mettere da parte, per un momento, le sigle e immaginare uno sconto sulle tasse future. Chi riceve il credito potrebbe utilizzarlo quando deve pagare le imposte oppure, secondo il progetto, trasferirlo ad altri attraverso una piattaforma che ne renda semplice lo scambio.
Dal credito fiscale al caffè al bar
Fin qui la materia sembra fatta apposta per scoraggiare chi non frequenta abitualmente bilanci pubblici e norme europee. Conditi, però, prova a portarla al bar. Nella sua ipotesi, i CIC potrebbero circolare tra cittadini e attività economiche fino a essere usati per gli acquisti quotidiani, anche tramite la tessera sanitaria. L’immagine è abbastanza insolita da attirare l’attenzione: la stessa tessera che teniamo nel portafoglio per visite mediche e ricette diventerebbe, nel progetto, uno strumento per spendere crediti fiscali.
Per spiegare come funzionerebbe, Conditi sceglie un altro luogo familiare: il distributore di benzina. Il cittadino farebbe il pieno e lo pagherebbe in euro, accise comprese. Lo Stato gli riconoscerebbe poi un importo equivalente in CIC, utilizzabile per altre spese. Il prezzo alla pompa non cambierebbe al momento del pagamento, ma il cittadino riceverebbe un credito da far circolare nell’economia.
Il conto che resta da fare
A sentire l’esempio, la domanda viene quasi da sola: se lo Stato assegna questi crediti, quanto gli costa? È il passaggio decisivo dell’intera proposta. Conditi sostiene che, grazie alle caratteristiche previste per i CIC, la loro emissione non aumenterebbe il debito pubblico né inciderebbe sul deficit nel modo in cui inciderebbe una spesa ordinaria. Aggiunge che gli scambi generati dai crediti produrrebbero attività economica e, di conseguenza, nuove entrate fiscali.
Si tratta delle conclusioni presentate dal promotore del progetto, non di effetti già accertati. Sarà interessante vedere come questa proposta verrà sviluppata e quali risultati potrà dare nella pratica.
La questione, per Rizzo, è anche politica
Rizzo guarda alla questione da un’altra angolazione. Per lui, il problema non è soltanto trovare denaro, ma capire quanto margine di scelta rimanga a uno Stato che deve finanziarsi continuamente sui mercati. Torna più volte sul debito pubblico, sugli interessi e sui «rapporti di forza», un’espressione che usa per ricordare come le decisioni economiche dipendano anche dal potere di chi presta e di chi chiede in prestito. Il SIRE lo interessa perché, nelle intenzioni dei suoi ideatori, offrirebbe uno strumento da utilizzare già nell’attuale quadro europeo.
Il confronto si allarga, così, ben oltre una proposta monetaria. Rizzo parla di guerra e pace, immigrazione, sicurezza, sanità ed energia; Conditi riporta il discorso alla possibilità di finanziare interventi pubblici, compresi quelli necessari davanti alle emergenze. A un certo punto la domanda iniziale torna, più ostinata di prima: se tutto richiede risorse, che cosa può davvero fare un governo quando sostiene di non averne?
Una risposta da mettere alla prova
La risposta offerta nell’incontro non è una formula pronta da applicare domattina, ma un progetto politico ed economico che i suoi promotori intendono portare nel dibattito pubblico, accompagnandolo con una promessa impegnativa: trovare nuove possibilità d’azione senza caricare ulteriormente il debito. Proprio perché la promessa è grande, i dettagli contano.
Resta, intanto, il pregio di aver affrontato una frase che troppo spesso viene pronunciata come se bastasse a chiudere ogni conversazione. «Dove prendiamo i soldi?» è una domanda legittima, forse la prima da fare quando si ascolta una proposta politica. Rizzo e Conditi chiedono di non usarla come punto finale, ma come punto di partenza per una ripartenza economica nazionale.


