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Scritto da Francesca Ricci
Economia e lavoro
12 Ottobre 2026

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Il mercato ha umori che siamo invitati a rispettare e reazioni che dobbiamo imparare a prevedere, mentre alle persone viene chiesto soprattutto di adattarsi. Nel linguaggio pubblico questa distribuzione delle premure è diventata così abituale da passare quasi inosservata, anche quando un buon risultato economico convive con la crescente difficoltà di vivere del proprio lavoro. Il professor Francesco Vigliarolo interviene proprio su questa distanza, chiedendosi come l’economia possa ritrovare un rapporto con le finalità umane che dovrebbero orientarla.

L’ho intervistato a Lucca, durante gli incontri del Pianeta Terra Festival svoltosi dall’8 all’11 ottobre, per parlare di ecocidio e del legame fra tutela ambientale e diritti. Titolare della Cattedra UNESCO in Economic Systems and Human Rights — Sistemi Economici e Diritti Umani — dell’Università Nazionale di La Plata, in Argentina, ne coordina le attività attraverso una rete internazionale di collaborazioni universitarie. Il suo lavoro affronta una questione che precede molte delle discussioni sulla crescita: quali condizioni deve garantire un sistema economico perché le persone possano vivere dignitosamente?

Nel corso della conversazione insiste sul fatto che i diritti umani devono costituire il fondamento della teoria economica, perché inserirli a decisioni già prese significa concedere loro soltanto la possibilità di correggere alcuni effetti. Assumerli all’origine, invece, cambia il modo di definire gli obiettivi e obbliga a valutare il successo di un’attività anche attraverso ciò che accade a chi ne sostiene il funzionamento.

Il bisogno esiste prima dell’acquisto

Quando gli chiedo di raccontarmi il lavoro della cattedra, Vigliarolo chiarisce subito che la sua ricerca riguarda la base epistemologica dell’economia, ossia i presupposti attraverso i quali essa interpreta la realtà. La questione può sembrare specialistica, ma diventa molto concreta appena si osserva la differenza fra avere una necessità e poterla trasformare in una domanda di mercato.

Chi non riesce a pagare una casa continua ad averne bisogno, sebbene la sua esigenza abbia una visibilità economica assai inferiore a quella di chi dispone di capitali da investire. Il mercato registra la capacità di acquistare, mentre la vita delle persone comprende bisogni che esistono indipendentemente dalla disponibilità di denaro; quando i due piani vengono sovrapposti, una parte della società finisce per essere ascoltata sempre meno.

Qui l’intervistato introduce la necessità di recuperare una “ragione ontologica” dell’economia, riportando al centro l’essere umano prima del suo patrimonio. Nel suo ragionamento, una persona ha diritti in quanto esiste, e il riconoscimento di quei diritti non può dipendere dall’interesse economico che suscita.

Questa premessa mette in discussione un’abitudine ormai radicata: descrivere la società attraverso le funzioni che svolge dentro il sistema produttivo, fino a considerare secondario ciò che non trova una traduzione immediata nel consumo. Eppure nessuna economia vive senza persone, ricorda il professore, anche se talvolta viene raccontata come un meccanismo autosufficiente al quale gli esseri umani arrecano il disturbo di avere esigenze proprie.

Le scelte nascoste dentro i conti

Per spiegare questa progressiva distanza, Vigliarolo richiama il rapporto fra oikos e nomos, fra la casa e le regole che ne orientano la gestione. Il riferimento gli serve a recuperare la dimensione normativa dell’economia, tornando a discutere quale società desideriamo e per quali ragioni organizziamo la produzione.

La gestione di una casa implica una responsabilità verso chi la abita e verso il tempo che verrà, mentre il rendimento immediato può essere ottenuto anche consumando le condizioni che renderanno possibile il futuro. Applicata a un territorio, questa differenza diventa decisiva: il vantaggio di un’attività può trasferirsi altrove, lasciando le conseguenze a chi non ha la possibilità di spostarsi con altrettanta facilità.

Il professore contesta perciò la rappresentazione dell’economia come uno spazio governato esclusivamente da leggi matematiche, nel quale le decisioni sembrerebbero discendere da necessità impersonali. I modelli aiutano a comprendere la realtà, ma gli obiettivi che affidiamo loro rimangono il risultato di una scelta, anche quando il linguaggio tecnico le conferisce l’apparenza dell’inevitabile.

Dietro la distribuzione della ricchezza c’è sempre un’idea dei rapporti sociali, e renderla esplicita significa restituirla alla discussione pubblica. Altrimenti chi subisce una decisione finisce per sentirsi spiegare che il responsabile è il sistema, interlocutore notoriamente poco disponibile a ricevere reclami.

Ecocidio: il danno riguarda anche il diritto di restare

Su queste premesse porto la conversazione all’ecocidio, inteso come una grave distruzione dell’ambiente, con conseguenze estese o durature sugli ecosistemi, chiedendo a Vigliarolo perché ritenga necessario un riconoscimento internazionale e dove debba essere collocato il confine rispetto ad altri danni ambientali.

La sua risposta insiste sulla gravità delle conseguenze e sulla loro durata, riferendosi a devastazioni capaci di compromettere gli ecosistemi e le condizioni della vita. Il punto centrale è che un ambiente distrutto modifica anche l’esistenza delle comunità, fino a rendere impossibile continuare ad abitare luoghi nei quali si sono costruiti rapporti e aspettative.

Vigliarolo parla dunque di una dimensione antropologica del danno ambientale, perché la contaminazione di un territorio investe il rapporto delle persone con il proprio futuro. Dover lasciare una casa a causa dell’inquinamento significa perdere una possibilità di vita, oltre a un bene materiale, e quella perdita non si lascia esaurire facilmente in un calcolo economico.

Per questo critica il modo in cui l’ambiente viene trattato come “esternalità negativa”. La formula ha un significato tecnico preciso, ma rischia di nascondere la diversa distribuzione delle conseguenze: ciò che resta esterno ai conti di chi produce può entrare ogni giorno nella vita di chi beve l’acqua o coltiva la terra di quel luogo.

La campagna illustrata dal professore mira a ottenere un riconoscimento dell’ecocidio nel diritto penale internazionale, attribuendo una qualificazione specifica alle forme più gravi di distruzione ambientale. L’introduzione di un crimine autonomo nello Statuto di Roma rimane una proposta, distinta dalla possibilità di perseguire determinati danni attraverso i crimini già previsti; la battaglia riguarda dunque anche l’adeguatezza degli strumenti con cui rispondere a quelle devastazioni.

Richiamando l’esperienza del magistrato Francesco Neri, uno dei principali promotori del riconoscimento dell’ecocidio, nel contrasto ai traffici illeciti di rifiuti, Vigliarolo sposta poi l’attenzione sulle relazioni che rendono possibile il danno. Nel suo racconto delle ecomafie, gli interessi economici trovano spazio dove il controllo pubblico si indebolisce e le comunità faticano a ottenere risposte, fino a quando ciò che dovrebbe suscitare un intervento viene assorbito dall’abitudine al silenzio.

La tutela ambientale assume, in questo modo, anche un significato democratico, perché conoscere ciò che accade nel proprio territorio e poter chiedere conto delle responsabilità sono condizioni essenziali per difendere il diritto ad abitarlo.

Fra salute e stipendio, una scelta che spesso non c’è

Gli pongo allora la domanda che rende ogni discussione sull’ambiente più difficile: come uscire dalla contrapposizione fra occupazione e salute senza chiedere ai lavoratori di rinunciare al sostentamento?

Da lontano il dilemma si presta a risposte nette, mentre dentro una famiglia dipende da quanto si possa resistere senza reddito. Chi conosce un rischio può continuare a subirlo perché non dispone delle condizioni per sottrarvisi, e parlare in quel caso di libera scelta significa ignorare proprio il vincolo che determina la decisione.

Vigliarolo risponde intervenendo sul fine dell’organizzazione economica: «L’economia deve rispondere a massimizzare i diritti», sostiene, riportando il lavoro dentro le finalità della società. La sua critica riguarda la riduzione dell’occupazione a una variabile funzionale al profitto, dalla quale dipenderebbe la sicurezza di persone che spesso hanno pochissima voce sulle scelte dell’impresa.

In questo ragionamento acquista un peso particolare la capacità di risparmio, che il professore considera necessaria per poter costruire una prospettiva. Un reddito assorbito interamente dalla sopravvivenza mantiene la vita dentro un presente obbligato, nel quale ogni progetto viene rinviato e un imprevisto può compromettere l’equilibrio faticosamente raggiunto.

Il risparmio diventa quindi una misura di autonomia, perché offre il margine necessario per affrontare un cambiamento senza esserne travolti. La possibilità di scegliere dipende anche da quel margine, e quando manca la dignità del lavoro rischia di rimanere una dichiarazione generosa alla quale lo stipendio non riesce a dare seguito.

Vigliarolo lega, quindi, la questione salariale alla libertà concreta delle persone, rendendo evidente quanto il rapporto fra economia e diritti attraversi la vita quotidiana prima ancora di arrivare nei documenti programmatici.

Un’impresa vive anche di ciò che riceve

La riflessione si allarga poi alla comunità, che nella proposta del professore dovrebbe acquisire un ruolo esplicito nelle relazioni economiche. Un’impresa opera grazie a condizioni che il territorio contribuisce a costruire, e quel contributo collettivo precede l’attività del singolo imprenditore, benché tenda a diventare meno visibile quando si distribuiscono i risultati.

L’ospite propone di riconoscere tale rapporto attraverso la reciprocità, attribuendo all’impresa una responsabilità permanente verso la società che ne rende possibile il funzionamento. L’investimento nei diritti dovrebbe entrare nella struttura dell’attività economica, contribuendo alla continuità della comunità anziché dipendere soltanto dalla sensibilità di chi dirige.

Il passaggio è rilevante perché sposta il problema dal terreno della benevolenza a quello dei rapporti fra soggetti, dando al territorio un peso che vada oltre la sua disponibilità a ospitare la produzione. Le competenze di chi lavora, per esempio, hanno una storia precedente all’assunzione, e riconoscere quella storia significa riconoscere anche il ruolo della società nella creazione del valore.

Nella prospettiva di Vigliarolo, la sostenibilità dell’impresa deve comprendere la stabilità del contesto in cui opera, valutando ciò che lascia dietro di sé insieme a ciò che riesce a ottenere. Un bilancio può essere favorevole mentre il territorio si impoverisce, soprattutto se una parte dei costi viene sostenuta da chi non compare fra i destinatari dei benefici.

Il progresso prima di arrivare nelle nostre mani

La riflessione di Vigliarolo riguarda anche la produzione tecnologica e ciò che spesso rimane fuori dal nostro sguardo: le condizioni di chi lavora e il costo ambientale dell’estrazione delle risorse. Quando acquistiamo un dispositivo, ne conosciamo le prestazioni molto meglio della storia, anche perché quella storia viene raccontata assai meno della promessa di semplificarci la vita.

La distanza geografica rende più facile ignorare ciò che accade nei luoghi di produzione, ma il legame con i nostri consumi rimane. Per il professore, valutare il progresso significa considerare anche quelle conseguenze, evitando che il giudizio dipenda soltanto dai vantaggi di chi riceve il prodotto finito. Una tecnologia può migliorare la nostra quotidianità e, nello stesso tempo, pesare sulla vita di qualcuno che non incontreremo mai.

La distinzione fra beni funzionali al consumo e beni funzionali alla vita porta quindi a chiedersi quali bisogni debbano orientare l’economia e quanto siamo disposti a sacrificare per una domanda che continua a rinnovarsi. Ritorna così il tema centrale dell’intervista: il rapporto fra ciò che produciamo e la possibilità di vivere meglio, anche nei territori dai quali provengono le risorse.

Chi desidera sostenere la campagna per il riconoscimento dell’ecocidio può aderire attraverso il sito della cattedra: https://unlp.edu.ar/institucional/secretaria_relaciones_institucionales/unesco/peticion-para-reconocer-el-ecocicio-crimen-de-lesa-humanidad-127649/. La firma permette di dare seguito a una preoccupazione condivisa, sostenendo la richiesta di una tutela internazionale contro le forme più gravi di distruzione ambientale.

Ripensando alla nostra conversazione, torno però a un passaggio meno appariscente: la possibilità di mettere qualcosa da parte. Vigliarolo ne parla come di una condizione necessaria per scegliere il proprio futuro, e forse è proprio qui che il suo ragionamento arriva più vicino alla vita di tutti i giorni. Quando lo stipendio basta appena a coprire le spese, cambiare lavoro o lasciare un luogo insalubre può restare un desiderio per anni; anche il diritto di scegliere, allora, deve fare i conti con ciò che rimane a fine mese.

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