Anno XI 
Mercoledì 21 Ottobre 2026
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Scritto da beatrice venezi
Cultura
21 Ottobre 2026

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Con questo nuovo ciclo torno a Giacomo Puccini, a cui nel 2024, in occasione del centenario della morte, ho dedicato Puccini contro tutti. E lo faccio adesso perché ci stiamo avvicinando al mese pucciniano: quello che va dal 29 novembre, anniversario della sua morte a Bruxelles nel 1924, al 22 dicembre, giorno in cui nacque a Lucca nel 1858. Un mese intero per stare in sua compagnia. Cominciamo dall’inizio.

Voglio partire da una notte del 1876, e da tre ragazzi che camminano.

Sono Giacomo e due amici, Carlo Carignani e Gigi Pieri. Per giorni si allenano davvero, di sera, macinando giri per il centro di Lucca: un giro, due giri, tre giri, poi la corsa fino alla colonna di Santa Maria Forisportam, con in palio un mezzo sigaro toscano. Non è un gioco fine a se stesso. Perché Giacomo ha avuto un’idea, e l’ha proposta agli altri due con la naturalezza di chi non concepisce un no:

«La settimana prossima a Pisa c’è l’Aida. S’ha da andarci?»

A Pisa, non a Lucca. Venti chilometri all’andata e venti al ritorno. A piedi, perché non ci sono soldi per altro. E davanti ai dubbi di Carignani, il più titubante dei tre, Puccini reagisce già da Puccini, con una battuta al vetriolo:

«O che tu non le hai le gambe come me e san Francesco quando sellava il suo cavallo?»

Quel ragazzo ha diciassette anni, i capelli neri pettinati all’indietro, appena un’ombra di baffi sul labbro. Arrivano a Pisa sfiniti, affamati. Ma il vero ostacolo, scoprono, non è la strada: è che non hanno né i biglietti né i soldi per comprarli. Se non fosse per il portiere del teatro, che si lascia intenerire da tanta ostinazione e li fa passare, quella sera non entrerebbero mai. Noi tutti, oggi, abbiamo un piccolo debito di gratitudine verso quel portiere. Perché è lì dentro, davanti all’Aida di Verdi, che qualcosa in Giacomo si accende per sempre. Non la musica sacra della sua città, bensì il teatro, il melodramma, il mondo intero. Il suo primo biografo, il librettista Giuseppe Adami, lo racconta così:

«Un’onda di poesia l’avvolgeva e trascinava in un’atmosfera irreale sempre più in alto, sempre più lontano. […] Verdi gli parve un Dio potente e protettore che guardava a lui, tapino lassù, e misericordioso, con la sua sacra mano, gli apriva le bronzee e chiuse porte di una strada infinita.»

Al ritorno, i tre camminano in silenzio, per non sciupare quello che hanno dentro. E quando Giacomo rientra a casa che il sole è già sorto, trova sua madre affacciata alla finestra. «Sei tornato?», gli chiede piano, per non svegliare la famiglia. Lui accenna di sì, sale le scale, e tra sé mormora una cosa che è già una profezia: «Sì, ma ancora per poco».

Aveva ragione. Ma per capire perché quel ragazzo fosse così sicuro di partire, bisogna conoscere due cose: il suo sangue, e sua madre.

Il sangue, prima. Perché Puccini, prima ancora di essere un genio, è l’ultimo anello di una catena. Ha respirato musica dalla nascita, come fosse aria. Era musicista il suo trisavolo Giacomo, maestro della Cappella palatina della Repubblica di Lucca. Erano musicisti il bisnonno, il nonno, e il padre Michele, organista della cattedrale. Cinque generazioni, una dietro l’altra. I Puccini erano i maestri di cappella della città, quelli a cui spettava, di padre in figlio, la musica sacra del Duomo: un mestiere ereditario, quasi un titolo nobiliare del suono. E quando nel 1864 Michele muore, la città dà per scontato che quel bambino di appena cinque anni, un giorno, avrebbe preso il suo posto. Era già tutto scritto. Il suo destino, come per i personaggi delle opere che avrebbe poi composto, sembrava deciso prima ancora che lui potesse dire la sua.

E poi c’è lei: Albina Magi, la madre. È lei la vera protagonista di questa prima parte della storia. Rimasta vedova giovane, sola con nove figli, sette femmine e due maschi, senza mezzi, Albina non si arrende mai. E su Giacomo, in particolare, riversa un’ambizione feroce e lucida. Capisce prima di chiunque altro che quel figlio ha un talento diverso. Lo fa studiare solfeggio e canto da bambino, lo manda all’istituto musicale Pacini, e sogna per lui il posto che era stato del padre: organista della cattedrale di San Martino.

Solo che quel sogno, curiosamente, non si avvera. Giacomo fa domanda, viene appoggiato da mezza città, e viene scartato. Troppo giovane, dicono; troppo inquieto e testardo, mormora qualcun altro. Albina ci riprova tre anni dopo, e di nuovo niente. È una delle prime ironie di questa vita: il posto di famiglia, quello che sembrava scritto nel destino, Puccini non lo otterrà mai. Perché il suo destino, semplicemente, era un altro.

Il primo vero trionfo arriva invece per un’altra strada. Il 29 aprile 1877, a diciotto anni, Giacomo presenta all’istituto musicale della città il suo Mottetto per san Paolino, il patrono di Lucca. «Plaudite populi Lucensi antistiti», applaudite, popoli lucchesi, al vostro vescovo. E il 12 luglio, festa del santo, il Mottetto risuona in chiesa. Scrive Adami: «Se non fosse stato ch’era in chiesa, al finale sarebbero scoppiati grandi applausi». Un trionfo. Per giorni, in città, non si parla d’altro.

In apparenza è il ragazzo che fa quello che ci si aspetta da lui: musica sacra, cittadina, ereditaria. Ma la cosa più interessante è cosa c’è già dentro quella musica giovanile. Perché non è un compitino da conservatorio: è un pezzo che drammatizza il testo liturgico, che lo avvicina all’orecchio di chi ascolta, che inserisce persino materiali che ricordano il valzer dentro una composizione sacra. C’è già, insomma, tutto il Puccini che ameremo: l’ossessione di far sentire la musica, di darle carne, calore, movimento umano. L’Aida, evidentemente, aveva già lasciato il segno.

Quel successo, tra l’altro, ha anche il sapore della rivincita. Perché in quello stesso 1877 Giacomo aveva subìto una bocciatura bruciante a un concorso cittadino, con tanto di giuria che gli consigliava, umiliante, di«rimettersi a studiare». Un colpo che avrebbe potuto spegnere un ragazzo. Non lui. Alla madre sconfortata rispose con una frase che dice già tutto del suo carattere: «O mamma, non la si confonda. Dimostrerò ben presto che asini son loro».

Ma dopo il Mottetto, Lucca comincia a stargli stretta. La strada che sembrava scritta, il maestro di cappella, la sesta generazione, si è incrinata quella notte a Pisa. Giacomo guarda lontano: a Milano, al conservatorio, al grande mondo della musica. E quando ne parla al cugino e tutore Cerù, che gli obietta che una cosa è desiderare e un’altra è riuscire, soprattutto senza soldi, Giacomo risponde con una frase ambiziosa e disarmante insieme. In lucchese i soldi si chiamano bigei:

«È per fare dei bigei che vorrei partire… O che non sono partiti a centinaia, a migliaia, da Lucca, quei figurinai che in America hanno fatto fortuna e son tornati, alcuni, ricchi sfondati che si sono comprati le più belle ville dei dintorni?»

Non è arroganza. È un ragazzo di provincia che ha capito, prima di tutti gli altri, che il proprio talento non entra nei confini della città in cui è nato.

Il problema, però, resta enorme: studiare a Milano costa una cifra che né Albina né il tutore possono permettersi. E qui Albina gioca la carta più ardita di tutte. Scrive alla regina. Sì, proprio alla regina Margherita, «sempre pronta a proteggere gli artisti». Una vedova di provincia che scrive alla regina d’Italia per il futuro del proprio figlio: è lo stesso coraggio testardo che il figlio metterà, di lì a poco, in ogni sua opera. Ne è così sicura che racconta il piano a Giacomo con una determinazione che commuove:

«Se la Regina concederà il sussidio, tu puoi partire e che Iddio ti protegga. In quanto a me, sono pronta al sacrificio di perderti, se questo è il bene tuo.»

E ci riesce. Nel giro di due sole settimane, la vedova Puccini ottiene davvero dalla regina un vitalizio: cento lire al mese per un anno, perché suo figlio possa studiare a Milano. Il più alto riconoscimento ufficiale possibile, per un ragazzo di provincia.

Giacomo parte nell’autunno del 1880. Si lascia alle spalle Lucca, le cento chiese e le cento torri, la casa di corte San Lorenzo, e una madre che sa di perderlo, che sa che non tornerà più a fare il maestro di cappella, e che ha appena rinunciato a lui perché lui potesse diventare se stesso. Davanti ha Milano: la città più moderna d’Italia, le prime luci elettriche, i primi tram a cavalli, i teatri, i salotti. E un mondo intero da conquistare.

Ma quello che accadde a Milano, la bohème vera, quella fatta di fame e di minestroni, la prima opera, i primi fallimenti e il primo vero trionfo, è un’altra storia. Ve la racconto la prossima volta.

Per adesso, tenetevi solo l’immagine di quei tre ragazzi che camminano nella notte verso Pisa per sentire Verdi. Un ragazzo che, invece di ereditare un destino già pronto, decide di fare quaranta chilometri a piedi per andarsi a prendere il proprio. Puccini, in fondo, ha fatto esattamente questo per tutta la vita. E lo chiameranno, non a caso, un anticonformista.

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