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Scritto da elisabetta favale
Cultura
17 Marzo 2022

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Gli ultimi giorni di Giangiacomo Feltrinelli di Aldo Grandi

A cinquant'anni dalla morte.

Il 15 marzo ricorreva il cinquantesimo anniversario della morte di Giangiacomo Feltrinelli, voglio raccontarvelo con un libro.

Leggere oggi a cinquant’anni dalla morte di Giangiacomo Feltrinelli questo libro di Aldo Grandi a me ha fatto un certo effetto. Non ho potuto fare a meno di domandarmi cosa può pensare un ventenne di queste pagine, di questi eventi,  per quel concetto di “memoria evaporata” di Paolo Morando. Non starò qui a dire di che lavoro prezioso sia stato questo di Aldo Grandi, l’accuratezza del racconto, l’occhio vigile del cronista su una vita così complessa non ha ceduto mai neppure per due pagine soltanto alla seduzione della compilazione.

Parlerò invece di lui, del protagonista, dell’idea che mi sono fatta leggendo Gli ultimi giorni di Giangiacomo Feltrinelli.

Per me il fascino sta proprio qui, nelle pieghe di questi pensieri, nelle esperienze che gli hanno consentito di far sedimentare certe convinzioni. Dalle testimonianze di quell’ultima compagna di vita, Sibilla Melega, riusciamo a capire quanto il suo sguardo fosse filtrato attraverso un prisma di emozioni, compassione e una forma di pagano misticismo.

“Nel 1967, a seguito della cattura in Bolivia di uno dei suoi autori, il giovane filosofo francese Régis Debray, accorso in Sud America sulle tracce di Ernesto «Che» Guevara, che a sua volta aveva lasciato Cuba per una impresa impossibile nelle campagne boliviane insieme a un pugno di rivoluzionari, Feltrinelli decise di raggiungere quei luoghi nel tentativo di portare soccorso all’amico. Questi era stato arrestato e il suo processo si sarebbe dovuto tenere di lì a breve. Feltrinelli partì con Sibilla Melega, che inizialmente lasciò in Perù, a Lima, dirigendosi da solo a La Paz. Da qui telegrafò alla compagna affinché lo raggiungesse. Quando lei arrivò in albergo, comprese di trovarsi in una situazione molto più grave di quanto avesse potuto immaginare. Di lì a breve la coppia fu arrestata e soltanto la mobilitazione internazionale e quella delle autorità italiane fecero sì che, dopo alcuni giorni trascorsi in carcere e sotto estenuanti interrogatori, i due fidanzati fossero liberati ed espulsi in quanto ospiti non graditi.”

Come spesso accade agli attivisti, fu fieramente indipendente, bramava creatività, soluzioni originali; aveva bisogno della libertà di essere innovativo, concedersi di perdere la pazienza, di avvilirsi se incastrato in un ruolo ordinario.

Lasciatemi fare, vi prego, la “psicologa della porta accanto”, io penso che, come spesso accade a personalità come quella di Giangiacomo Feltrinelli, l’intuito può essere indegno consigliere, spinge a presumere, a leggere equivoci segnali vanificando piani che un approccio più banale avrebbero rivelato più semplici. Questo tipo di stress sociale deve aver vissuto, che inferno è stato per chi come lui viveva focalizzato su una “armonia sociale” che credeva possibile e desiderabile soprattutto . Emotivo e sensibile si è portato nella tomba quel cruccio di non essere stato considerato “più ricco, cioè dotato di altri pregi e difetti oltreché la disponibilità finanziaria”.

“Gli ultimi giorni di Giangiacomo Feltrinelli” attraversa anni incredibili della nostra storia, penso al racconto che Aldo Grandi fa degli anni dal 1958 al 1972 (e un po’ dopo)  che videro realizzarsi un mutamento globale dell’Italia contadina, sotto-sviluppata e ancora provata  dalla seconda guerra mondiale e lui, Giangiacomo, non fu capace di stare a guardare, di accodarsi a questo o a quello, volle piuttosto perseguire quel suo ideale che Franco Piperno, non senza una vena di amicale polemica definì “guevarismo antifascista”.

Giangiacomo Feltrinelli credeva e basta in quelle scelte laiche che mal si adattavano alle logiche degli schieramenti e quindi non gli hanno lasciato scampo nella partita doppia del dare e avere di certe ideologie.

L’Italia che lo ha colto cadavere (1972) era un’Italia in cui la rigidità del mercato del lavoro delle regioni del Nord, l’alienazione degli operai, il risentimento degli immigrati meridionali, l’immobilismo dei governi di centro-sinistra (incapaci di portare a termine i programmi di riforme promesse agli elettori ) esacerbavano gli animi. Erano già tre anni che Gaber cantava Com’è bella la città, denunciando i falsi miti che millantavano un futuro migliore, e  quattro anni prima la rivista La Sinistra ( n. 16 marzo ’68) aveva messo in prima pagina una Molotov con tanto di istruzioni per fabbricarla spiegandone il possibile impiego.

L’aver avuto a che fare con coloro che gestivano il potere economico e politico l’ha in qualche modo inviso al mondo proletario che pure ambiva a difendere, l’ha lasciato alla mercè di chi voleva suggere il suo denaro per una lotta che non riteneva potesse essere la sua, le “sincere intenzioni comuniste” non furono sufficienti a farne apprezzare la complessità umana.

Di certo, a così tanti anni di distanza, vien da sorridere a mezza bocca all’idea di come quella morte avvenuta per un’azione incompiuta abbia sclerotizzato certa politica ma erano gli anni in cui L’Espresso pubblicava l’appello contro il Commissario Calabresi (1971), al cinema trasmettevano “La classe operaia va in paradiso” di Elio Petri e intanto Feltrinelli aveva avuto il tempo di pubblicare  Il dottor Živago di Boris Pasternak  e  Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, di vivere, amare e morire. A 46 anni.

Gli ultimi giorni di Giangiacomo Feltrinelli di Aldo Grandi

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Pp 240 Brossura € 18,00

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