Gesù è femmina. Non ci sono dubbi. E se state pensando a qualche manifesto degli anni Settanta, resterete delusi: la frase è di novecento anni fa. Vi avevo promesso, al primo episodio di questa serie, che avrei dedicato a questa donna una puntata tutta sua. L’avevo sfiorata appena, e stasera chiudo il cerchio. Torniamo all’inizio di tutto — non solo di questo libro, ma della storia stessa della musica scritta da una donna.
Ildegarda nasce nel 1098, ultima di dieci figli di una famiglia nobile, in un mondo maschile, pieno di dogmi, che non conosce ancora il tempo illuminista delle domande, ma solo quello della fede e dell’obbedienza. Bambina, comincia a vedere cose che gli altri non vedono: non santi, non madonne, ma una luce potentissima che le stringe lo stomaco e la terrorizza. E il mondo, davanti a chi vede cose che gli altri non vedono, fa sempre la stessa cosa: isola. A otto anni viene chiusa nell’abbazia di Disibodenberg, ufficialmente per la salute cagionevole. «Non parlarne con nessuno, mi raccomando! Emicranie, sono solo emicranie!», le dicono. E Ildegarda obbedisce. Resterà muta su quelle visioni per più di trent’anni.
Fermatevi un istante su questo silenzio, perché lo abbiamo già incontrato, in questa serie, sotto altre forme. L’armadio chiuso a chiave di Nannerl Mozart. I quarantun anni di attesa di Fanny Mendelssohn prima di pubblicare a proprio nome. Il coperchio del pianoforte di Nadia Boulanger. Ildegarda lo precede tutti, questo silenzio, di settecento anni, e sarà anche la prima, fra tutte le donne che vi ho raccontato, a romperlo fino in fondo.
Prende i voti a quindici anni, nel 1112. Comincia lì la sua storia d’amore, modernissima e tormentata, con Dio, lontana dal concetto di donna che accetta e tace. Il corpo, per Ildegarda, non va afflitto da digiuni e flagellazioni: va nutrito, rispettato, perfino abbellito. Perché quel corpo è, prima di tutto, un utero, e l’utero equivale al mondo intero. Ed è ginecologa delle proprie consorelle, in un’epoca che considera il sangue mestruale una vergogna; lei lo racconta come l’ingranaggio necessario di una macchina perfetta. La donna, per Ildegarda, è madre sempre; anche quando non ha figli, perché la maternità riguarda tutto ciò che esiste, non soltanto quello che si partorisce.
Ecco, questo è il pensiero che vi avevo promesso la volta scorsa: una badessa dell’Alto Medioevo, senza figli propri, che diventa madre di infinite dottrine — di quella che potremmo chiamare omeopatia, della scienza naturale, della filosofia, della poesia, e della musica. Una musica inaudita, che compone pur non avendo mai imparato a farlo secondo le regole: «paupercula forma», si definisce lei, povera piccola figura, a cui Dio stesso ha fatto da precettore.
E la sua musica, infatti, si comporta esattamente come lei: va oltre. Il canto gregoriano del suo tempo si muove dentro un’unica ottava, per consuetudine; Ildegarda fa volare la voce per due ottave e mezzo. Le sue note, come lei, si sentono libere di scappare. Compone per un’unica voce — perché per un unico Dio, insegna, serve un’unica voce — solo che quella voce, sempre stata maschile fino ad allora, con lei diventa di donna. Gesù è femmina, ripete. E dunque anche alle donne spetta l’onore di cantare, di comunicare con Dio attraverso la musica.
Per trent’anni tace sulle proprie visioni. Poi, un giorno, incontra Bernardo di Chiaravalle — amico e consigliere di papa Eugenio III — che le dice due parole soltanto: Ildegarda, scrivi! E lei, ormai badessa, comincia. Scrive le sue visioni, le accompagna con illustrazioni, le raccoglie in un’opera che chiama Scivias. Nel 1148 il papa la valuta, ancora incompleta, nella cattedrale di Treviri. Da quel momento tutti la chiameranno Sibilla del Reno. La «tromba di Dio» che diventa anche consigliera dell’imperatore Federico Barbarossa, a cui dà, senza peli sulla lingua, dello stolto, spiegandogli che la sua politica anticlericale gli sarà nociva. Una donna che ammonisce un imperatore. Una donna fra le prime autorizzate a parlare in pubblico.
Fonda, a Bingen, un monastero tutto suo, al femminile, e alle sue monache dà un ordine che scandalizza mezza cristianità: fatevi belle. Non è vanità, per Ildegarda: è che il corpo è un tempio, e un tempio va onorato, non mortificato.
«Ogni sinfonia di voci e strumenti sulla Terra, che sia diretta verso il cielo, è un modo per reintegrarsi, per ridare nuovamente vita alla perduta condizione paradisiaca dell’uomo.»
Muore a ottantun anni, il 17 settembre del 1179 — una vita straordinariamente lunga, per il suo tempo. E anche il finale, come tutto il resto della sua storia, è un atto di disobbedienza: poco prima di morire rifiuta un ordine della Chiesa, quello di disseppellire il corpo di un cavaliere scomunicato che lei, e solo lei, aveva ritenuto meritevole di una sepoltura cristiana. Per punizione, riceve l’interdetto. Alle sue monache viene imposto il silenzio: in quel luogo che Ildegarda aveva reso pulsante di musica, non si potrà più cantare.
Ancora una volta, il silenzio imposto a una donna. Ma Ildegarda, per l’ultima volta, non obbedisce fino in fondo. Scrive:
«State attenti, voi che togliete la musica dalle chiese, perché lasciate entrare il diavolo.»
Il 7 ottobre del 2012 — a più di ottocento anni di distanza — papa Benedetto XVI la proclama dottore della Chiesa: un titolo che la storia ha concesso di rado, e ancora più raramente a una donna. Riconoscimento tardivo, certo, però pur sempre arrivato.
Eccoci, allora, alla fine di questo viaggio. Se Ildegarda avesse ubbidito fino in fondo a quel «non parlarne con nessuno», nessuna delle storie che vi ho raccontato in questi cinque episodi avrebbe, forse, avuto un punto da cui cominciare. Invece scrisse. Invece cantò. Invece, novecento anni prima di tutte noi, disse a un imperatore che aveva torto.
Di questo episodio tenetevi una parola: viriditas. Il verde, diceva Ildegarda, è la forza che risveglia dal gelo, il colore della primavera che torna, delle erbe che guariscono, della vita che riprende dopo l’inverno. Ogni donna che vi ho raccontato in questi cinque episodi, in un modo o nell’altro, ha atteso il proprio disgelo. Alcune lo hanno visto arrivare in vita. Per altre ci sono voluti secoli. Ma il verde, prima o poi, torna sempre.


