Link al video integrale: https://www.youtube.com/watch?v=ng7-pC7yyP8&si=Q1aGXsnUZaalklkd
A Vergemoli la 54ª edizione del festival che tiene insieme poesia estemporanea, vernacolo, giovani comici e memoria popolare. Tra il sindaco Michele Giannini e ospiti d’eccezione, una giornata in cui si scopre che la tradizione può essere molto più moderna di quanto immaginiamo.
Ci sono posti in cui si arriva e poi ci sono posti che devono essere conquistati.
Vergemoli appartiene decisamente alla seconda categoria.
Lo dice, con una certa soddisfazione, anche il sindaco Michele Giannini. La strada non è proprio quella che consigliereste a un amico appena uscito dall’autoscuola? Nessun problema. Potrebbe persino essere una precisa strategia turistica.
«È studiato», scherza — ma forse neanche troppo — Giannini: qui niente overtourism, niente orde armate di smartphone alla ricerca del selfie da pubblicare prima ancora di aver guardato il panorama. A Fabbriche di Vergemoli si punta sul turismo lento, quello di chi si ferma a osservare un fiore, ascolta un fiume e magari, la notte, sente persino ululare un lupo.
In questo splendido scenario, mentre mezza Italia in agosto cerca disperatamente un condizionatore, il sindaco piazza la frase che vale da sola una campagna promozionale: «La sera dormo con la copertina».
Altro che influencer marketing.
In questo angolo di Toscana domenica 9 agosto è tornato il Boccabugia, arrivato alla sua 54ª edizione: un festival che riesce nell'impresa non proprio scontata di mettere insieme poesia, vernacolo, comicità, memoria popolare, giovani e adulti.
Sul palco dell'anfiteatro Graziano Vitolo si sono alternati il giovane content creator Samuele Rossi, i Vegliarini — Domenico Bertuccelli, in arte Gavorchio, Giovanni Giangrandi e Marco Nicolosi — e gli stand-up comedian Emanuele Marcucci e Francesco Cardini. Nella mattinata il meet&greet con EnderGirl404. Poi, naturalmente, loro: gli aspiranti poeti chiamati a sfidarsi a colpi di versi. Sul podio sono saliti La Coppia più bella, terzi alla loro prima partecipazione, Vittorio Giannicchini, secondo, e Mattia Galanti, vincitore della competizione.
Una bocca senza denti, ma con parecchie cose da dire
Il nome, va detto, merita una spiegazione.
Il Boccabugia della tradizione era un anziano senza denti. Ma se la bocca aveva qualche vuoto, le battute evidentemente no: era famoso proprio perché aveva sempre la risposta pronta.
Da lì è nato un concorso di poesia estemporanea popolare che resiste da oltre mezzo secolo. Il meccanismo ha qualcosa di meravigliosamente semplice: viene assegnato un tema a sorpresa e i partecipanti hanno un'ora e mezza per trasformarlo in poesia.
Altro che prompt.
Carta, penna, testa e possibilmente qualcosa da dire.
Il tema scelto quest'anno era, peraltro, di quelli che sembrano semplicissimi finché non ci si ferma a riflettere: «È meglio fare l'amore che fare la guerra». Considerati i tempi, più che una traccia poetica potrebbe essere un programma di governo.
Il Boccabugia affonda le sue radici nella tradizione del Maggio e nella cultura orale di quelle montagne. Una cultura fatta di parole pronunciate prima ancora che scritte, di ironia, improvvisazione, canto e quella particolare capacità toscana di prendere molto sul serio le cose senza prendere troppo sul serio se stessi, ed è forse questo il punto.
Parlare di tradizione rischia spesso di trasformarsi in una visita guidata dentro un museo: guardare, non toccare e possibilmente non fare rumore. A Vergemoli accade il contrario.
La tradizione fa rumore. Ride. Prende in giro. Cambia faccia. Entra nei social.
Gavorchio, ovvero l'arte di essere brutti appena nati
A ricordare quanto una lingua possa raccontare un territorio ci pensa Domenico Bertuccelli, in arte Gavorchio.
E già qui bisogna fermarsi.
Perché in Lucchesia un gavorchio è qualcosa di brutto, storto, fatto male. Non esattamente il nome d'arte che suggerirebbe un consulente d'immagine.
Bertuccelli ne racconta l’origine ai microfoni di Mariella Bonacci, nel secondo appuntamento del canale YouTube In Voce Veritas: i gavorchi erano vecchi chiodi fatti a mano, celebri quelli di Gombitelli. Oggetti poveri, prodotti rapidamente e senza troppe preoccupazioni estetiche.
Talmente brutti che, racconta lui, «appena tolti dall'incudine già erano brutti».
Poi si guarda e chiude la spiegazione con perfetto spirito toscano: «Basta guardare me e avete il gavorchio in carne ed ossa».
Dietro la battuta, però, arriva una delle riflessioni più interessanti della giornata.
Bertuccelli ha iniziato a scrivere in vernacolo tardi, spinto dalla nostalgia dei nonni e dell'infanzia trascorsa a Segromigno in Monte. Da lì ha cominciato a recuperare parole, cadenze, modi di dire. Perché basta spostarsi di pochi chilometri in Lucchesia per sentire cambiare una vocale, un'inflessione, qualche termine.
Piccole differenze linguistiche che raccontano secoli di storia molto meglio di molti manuali.
Con Giovanni Giangrandi e Marco Nicolosi ha recuperato anche la tradizione delle veglie: d'estate all'aperto, d'inverno intorno al camino. Ci si incontra e si racconta. Tutto qui.
Che, nell'epoca in cui riusciamo a stare due ore allo stesso tavolo comunicando principalmente attraverso reel inviati alla persona seduta di fronte, suona quasi rivoluzionario.
Infatti il problema sollevato da Bertuccelli è serio: la sua generazione ha assistito al passaggio dalla civiltà rurale a quella industriale. I paesi di montagna si sono svuotati e, insieme alle persone, rischia di andarsene anche la memoria.
Perché una parola che nessuno usa più non muore sul vocabolario. Muore quando nessuno sa più perché veniva detta.
Il futuro, però, ha uno smartphone in mano
Qui il Boccabugia evita la trappola della nostalgia, perché conservare una tradizione non significa mettere il paese sotto una campana di vetro aspettando che qualcuno venga a fotografarlo. Significa trovare qualcuno disposto a raccoglierla e magari a cambiarla, e così accanto al vernacolo arrivano i giovani.
Samuele Rossi appartiene alla Generazione Z e sul rapporto con l'AI ha una posizione che potrebbe essere riassunta così: bene, ma diamoci una regolata. La usa quando scrive e per informarsi, racconta, ma vede anche un rischio nella standardizzazione creativa: ormai molte locandine realizzate con l'intelligenza artificiale sembrano tutte uguali. Il suo invito è elementare: «Utilizziamo anche un po' la nostra fantasia».
Detto durante un festival in cui ti danno un tema e novanta minuti per inventarti una poesia, il concetto acquista una certa credibilità.
Rossi, poi, ai microfoni della Bonacci, si definisce soprattutto un osservatore: guarda le cose da una prospettiva diversa e prova a renderle comiche, anche quando sono serie. Anzi, soprattutto quando sono serie, perché, spiega, la difficoltà vera è proprio quella: rendere comica una cosa che comica non sarebbe.
Da Proietti ai social, passando per Vergemoli
Il confronto finisce inevitabilmente sui grandi comici del passato: Gigi Proietti, Nino Manfredi, Raimondo Vianello, Walter Chiari, Gino Bramieri, Carlo Dapporto. Protagonisti di un'altra televisione e un altro modo di costruire la comicità, spesso giocata sul doppio senso senza bisogno di urlarlo.
Rossi non indulge però nel solito ritornello del “si stava meglio quando si stava peggio”. Quei comici, dice, restano a livelli altissimi e vanno studiati, osservati, recuperati anche grazie a quel grande archivio disordinato che è internet.
Forse è proprio questa la fotografia migliore del Boccabugia: un luogo dove il futuro non deve necessariamente uccidere la tradizione e la tradizione non deve necessariamente avere paura del futuro. Dove un ragazzo può guardare online Walter Chiari e un cultore del vernacolo può utilizzare i social per raccontare parole nate quando i social erano la veglia davanti al camino.
Passato e futuro, insomma, possono persino parlarsi, purché abbiano ancora qualcosa da raccontarsi.
In un tempo in cui tutti sembrano avere qualcosa da dire e pochissimi trovano il tempo di ascoltare, a Vergemoli continuano a riunirsi per fare una cosa antichissima: raccontarsi. E magari prendersi un po' in giro, che in Toscana, più che una tradizione, è praticamente patrimonio immateriale.
Link al video integrale: https://www.youtube.com/watch?v=ng7-pC7yyP8&si=Q1aGXsnUZaalklkd



