Confesso che non seguii la vicenda nel 2007: lavoravo a Caserta ed ero assorbito dai problemi di quell’area, francamente sufficienti a riempire la giornata. Sicuramente di più sto seguendo questa fase, da cui rilevo la rivoluzione copernicana intervenuta in questi ultimi anni, le cui sfaccettature provo a delineare, quantomeno per mettere ordine.
Fra imbonitori-presentatori, criminologhe “trucco e parrucco”, investigatori da salotto e da marciapiede, e tecnici di laboratorio auto-nominatisi C.S.I. de’ noantri, ammetto che il ghibli della confusione soffia furibondo. Specie in presenza di presunti colpevoli che finiscono – culturalmente e fisicamente – per interpretare gli opposti, e attirare quasi automaticamente il favore o l’odio dello spettatore che segua la propria empatia. Quello che sta sullo spalto dell’arena gladiatoria e crede che tutto si riduca nel porre il pollice “in alto” o “in basso”. Che poi forse è così.
Per non parlare di una famiglia che si arrocca su una verità processuale, forse senza avvedersi di essere oramai quasi da sola a non nutrire dubbi. E di attirare il sospetto del pubblico non pagante che le sue scelte potrebbero essere guidate da semplici considerazioni connesse alla concretezza di un risarcimento ricevuto… a fronte dell’aleatorietà che altro colpevole possa ugualmente garantirlo e della certezza che – ove l’omicida fosse un altro – vada restituito.
In tutto ciò, inutile nasconderlo, l’Arma non mi pare abbia trovato rappresentanti utili a darle un’immagine positiva. Può capitare. Non si tratta di dire che le perizie di allora furono tutte sbagliate e quelle attuali tutte corrette. Gli errori e le omissioni delle passate, impietosamente enumerati da alcuni opinionisti televisivi, un’idea la danno. Grave quindi continuare a accanirsi su difese d’ufficio.
Inutile giustificare gli errori e le incompletezze di verbalizzazione, come aver sequestrato ad un soggetto tutte le scarpe, e chiesto all’altro per telefono se ne ha un paio di un determinato modello, e in caso positivo, esibirle.
Frequentai nel 1994 l’Accademia del F.B.I. a Quantico, in Virginia. Il docente di “criminologia forense” spiegava, sinteticamente, che le indagini le conduce il detective da marciapiede. Chi sta nel laboratorio si limita ad analizzare ciò che l’altro gli porta, dopo averlo repertato, magari col suo aiuto. Qui, forse, s’è troppo alimentato l’equivoco che l’indagine scorra solo fra provette e camici bianchi, in una umanamente comprensibile rincorsa a prendersi i meriti dei successi. Quelli che Rommel sosteneva avessero “100 padri, mentre le sconfitte sono sempre orfane”.
E allora le risposte si vanno a cercare e chiedere dove forse mancano strumenti per darle.
Per cui una volta è stato fatto tutto bene, un’altra se c’è l’errore è del carabiniere con la 3^ media, e in un’altra ancora non si era sul posto e non si sa cosa il super-tecnico con altrettanta laurea abbia o meno repertato, o come abbia operato. I veli pietosi da stendere credo siano articolo esaurito negli scaffali.
Altro cardine riguarda “cosa” si debba fornire al magistrato. Mi avevano insegnato che dovessero essere i fatti. Mi pare che invece accanto a questi si allineino anche un bel po’ d’interpretazioni, magari corrette, ma che la pratica ha evidenziato che possono essere fuorvianti e – quel ch’è più grave – possono indurre il PM a escludere una via o a privilegiarne un’altra. E soprattutto forniscono al legale dell’imputato il modo per annullare la stoccata con argomentazioni in punta di logica non scalfibili.
E manco la magistratura n’esce bene. Chi ha diretto e coordinato cotanti detectives? Come si fa a dire – come il precedente procuratore di Pavia – che gli ci son voluti 20” per archiviare l’attuale indiziato 1? Accusiamo i GIP di “appiattirsi” sui PM, ma forse ci son anche PM che si appiattiscono sulla PG, in barba al nuovo, ma mica tanto, Codice di Procedura Penale. Se un PM ha avuto la direzione delle indagini per assicurare un ulteriore controllo sull’investigatore dal titolo di studio indefinibile, beh, in questo caso, dov’era?
E con che titolo si suggeriscono alla famiglia della vittima esposti – come avrebbe fatto una sostituto Procuratore Generale – per bloccare l’azione investigativa portata avanti dall’attuale pool pavese della Procura?
In sintesi, cosa ci resta?
Tante intercettazioni, con dei “non comprensibile” che potrebbero far saltare ogni ricostruzione di abili interpreti, forse troppo adusi a utilizzare “evidentemente”, “chiaramente” e “indubbiamente”. E il rischio che i fatti poi dicano che il quadro non sia evidente, né chiaro, e quindi ricco di dubbi.
Pochi fatti concreti sostenuti da prove tecniche e di laboratorio. Sicuramente realistici… ma anche quelli di 19 anni fa lo apparivano.
Qualche pessima figura istituzionale, di cui si poteva fare a meno.



