Un'altra collaborazione, ma sempre e solo una collaborazione, nacque con l'Avanti diretto, all'epoca, da Antonio Ghirelli che era stato collega e amico di Ruggero Zangrandi. L'Avanti era il quotidiano del partito socialista italiano, non che avessimo particolari simpatie per la partitocrazia, ma scrivemmo a Ghirelli il quale, evidentemente, apprezzò visto che qualche giorno dopo ricevemmo una telefonata da uno dei redattori che ci invitò in redazione e, poi, a collaborare. Venimmo a sapere che Ghirelli lo aveva chiamato e gli aveva detto di farmi collaborare perché ero uno che si raccomandava da sé. Così iniziai a redigere articoli su eventi di storia per particolari ricorrenze. Retribuiti, quindi una piccola soddisfazione. Successivamente anche Paese Sera propose di occuparmi della recensione di libri che dovevo proporre. Il problema era che facevo fatica a trovarli, qualche volta li acquistavo, ma, soprattutto, avevo la pessima abitudine di leggerli per poi scrivere al massimo cinque righe e più di una volta mi fu spiegato che era inutile sprecare tanto tempo.
Eravamo in una fase di stallo. Durante una vacanza lavorativa all'isola di Ponza, nell'estate del 1986, alcune delle interviste ai giovani dei Littoriali apparvero su Paese Sera, ma anche in questo caso non ci fu un seguito. Anche i fatti privati, a volte se non frequentemente, finiscono per condizionare, in positivo o in negativo, le aspirazioni professionali delle persone. A noi accadde. Eravamo sul finire del 1987. Ci eravamo laureati con il massimo dei voti e la lode con la famosa tesi su Francois Guizot. Adesso iniziavano i problemi. Che cosa avremmo fatto della nostra vita e della nostra passione di scrivere? Il professor Renzo De Felice, che curava una collana di testai per Bonacci Editore, ci propose di fare un libro sui giovani fascisti, ma non solo con le testimonianze, ma proprio un libro vero e proprio. Ringraziammo, ma non avevamo voglia e, forse, nemmeno la capacità. Ci barcamenavamo tra un lavoretto e l'altro, invero molto attivi e grintosi, agente immobiliare oppure cameriere la sera in un ristorante della Magliana.
Un giorno, rientrando a casa, abitavamo sulla Via Cassia a La Storta dove ci eravamo trasferiti da Prati, mentre leggevamo il quotidiano Il Tempo acquistato dal genitore che aveva simpatie per Giorgio Almirante, notammo un annuncio in cui veniva bandito un concorso di avviamento alla professione giornalistica con le indicazioni su come partecipare. Era, poteva essere una chance, ma c'erano due intoppi: il primo, che la fidanzata e futura moglie era in dolce attesa e il secondo che a partire dal febbraio 1988 ero in servizio militare con l'Aeronautica, Car a Taranto, poi, presumibilmente, a Roma. Mettemmo da parte tutti gli eventuali ostacoli e decidemmo di partecipare. Inviammo così la documentazione. Era richiesto che, al momento di chiudere gli esami, si doveva essere già congedati e noi, in effetti, ci saremmo congedati qualche mese più tardi.
Non ci pensammo e andammo avanti senza tante seghe. Facemmo lo scritto, eravamo più di 700 candidati e l'editore Andrea Monti Riffeser, aveva deciso di scegliersi i propri giornalisti suscitando le ire del sindacato. Superammo l'esame e venimmo ammessi agli orali. Una volta agli orali, ci fu anche chiesto di che squadra fossimo e noi gli rispondemmo Fiorentina. Una esplosione di risate perché uno dei commissari, Alberto Marcolin ex direttore de La Nazione, e che ci stava interrogando, era proprio un acceso tifoso viola. A fine colloquio, mentre stavamo andando via, a Bologna presso la sede di via Enrico Mattei, il direttore del personale Ferrauto ci corse dietro e, all'ascensore, ci domandò come avremmo fatto a fare il giornalista con un figlio in arrivo e probabili spostamenti. Gli rispondemmo che lui pensasse ad assumerci e noi avremmo pensato al resto.
Risultammo tra i 25 vincitori del bando e la notizia ci venne comunicata con nostra immensa gioia. La volontà e la costanza ci avevano premiato, non avevamo mai mollato, anche quando eravamo senza soldi o quasi per mantenere la famiglia e la suocera ci invitava a studiare per i concorsi pubblici che, invero, odiavamo. Ora si presentava la questione più ardua: come fare ad entrare in possesso del congedo militare da consegnare nei tempi richiesti, ma che non avevamo né potevamo avere essendo ancora all'inizio del servizio militare. Ci venne incontro Giovanni Spadolini il quale dispose che in caso di nascita di un figlio, sarebbe scattato immediatamente il congedo. E così fu. Il 3 agosto nacque Alessio, ma il concorso era terminato più di un mese prima, quindi come fare? Al ministero dell'Aeronautica avevamo fatto amicizia in breve tempo, eravamo stati assegnati al centralino del comandante Proietti. E avevamo conosciuto parecchi ufficiali, tra i quali alcuni davvero simpatici e disponibili al punto che, su nostra richiesta, accettarono di anticipare la data del congedo di quel tanto che bastava per rientrare nei termini previsti.
Saremmo dovuti essere a Bologna per il dicembre 1988 e, con gli altri vincitori, partecipare alle lezioni tenute da giornalisti e da altri personaggi del mondo editoriale. Direttore della scuola era sempre Alberto Marcolin, fiorentino purosangue, persona di grande umanità. Eravamo al settimo cielo. cominciavamo la nostra avventura, saremmo diventati giornalisti. Un anno prima ci eravamo recati alla segreteria della facoltà di Scienze Politiche de La Sapienza e mentre eravamo in fila, vedemmo una persona tirare fuori un tesserino rosso e mostrarlo alla dipendente dell'ufficio. Era il tesserino di giornalista, quello da professionisti. Ci eravamo chiesti se noi saremmo mai riusciti a fare altrettanto. Ora era arrivata l'occasione. Certo, dovevamo lasciare Roma e per noi era una tragedia, ma non potevamo gettare al vento questa opportunità che il destino ci aveva riservato.
Nella foto: a inizi anni Novanta un'immagine che ritrae insieme Aldo Grandi e i vertici del comando provinciale dei carabinieri tra cui il comandante Majorana, il capitano Musella, il tenente Arrigoni.
(4 - Continua)



