Ho aperto questo blog perché ci sono cose che non stanno in un post di Instagram e che nelle interviste non ti chiedono. Stanno in mezzo, in quel territorio che appartiene a chi scrive e a chi legge, senza mediatori.
Il Colón. Ovvero: cosa succede quando sali su un podio e non devi niente a nessuno Buenos Aires, di notte, odora di carne alla brace e di jacaranda. Non necessariamente in quest’ordine, e non necessariamente insieme.
Il Teatro Colón sta nel mezzo, tra il Palazzo del Congresso e la Casa Rosada, come se la storia della città avesse deciso di mettere la musica esattamente al centro di tutto. È stato inaugurato nel 1908. Da allora ha ospitato Toscanini, Callas, Bernstein, Karajan. Il palco ha una memoria lunga, e se ci stai abbastanza in silenzio prima che cominci la prova, quasi riesci a sentirla.
La prima volta che sono salita su quel podio, ho pensato: nessuno mi ha portata qui. Non lo dico per vantarmi. Lo dico perché è una sensazione strana e precisa, quasi fisica. Quando sali su un podio sapendo di avercela messa tutta — anni di concerti in piccoli teatri, di orchestre affrontate una ad una, di partiture studiate fino a che il sonno vinceva sulla partitura — quella sensazione è diversa da qualsiasi altra cosa. Non è orgoglio. È qualcosa di più silenzioso.
L’acustica e la menzogna dei numeri
Il Colón ha sette livelli di palchi, una capienza di circa tremila persone, una sala a ferro di cavallo – la forma tradizionale dei teatri “all’italiana” – che gli esperti citano sempre nelle prime tre al mondo. Questi sono i numeri. Ma i numeri, di per sé, non raccontano niente.
Quello che raccontano, invece, le prove — il momento in cui sei lì sola con l’orchestra, prima che arrivi il pubblico — è che il suono in quella sala non si perde mai. Si distribuisce. Si espande verso ogni angolo come se sapesse dove andare. Ho diretto in molta Europa, in Asia, in sale bellissime e in sale che non lo erano affatto. Il Colón ha una qualità che non so spiegare bene: sembra che l’architettura ti stia ascoltando.
Un direttore lavora sempre contro qualcosa — contro il riverbero, contro l’acustica sorda, contro la forma sbagliata di una sala. Al Colón non si lavora contro niente. Si lavora con. Ed è come se questo si riverberasse nelle persone che abitano quello spazio.
Le persone, che poi è sempre di questo che si tratta
L’Orquesta Estable, il Coro Estable, i maestri interni, tutte le maestranze del Teatro Colón non hanno bisogno che si spieghi loro cosa sia la dedizione. Lo sanno già. È una delle realtà musicali più incredibili che io abbia mai incontrato — e ho incontrato orchestre dappertutto, con storie diverse, con abitudini diverse, con modi diversi di accoglierti o di metterti alla prova. Quello che ho trovato a Buenos Aires è una compagine che vive la musica, non l’abitudine alla musica; una differenza abissale, credetemi.
I ragazzi dell’ISATC
E poi c’è l’Istituto Superiore d’Arte del Teatro Colón che forma i giovani musicisti argentini. Durante questi anni, con loro ho tenuto alcuni concerti e delle masterclass. E lavorare con loro mi regala ogni volta la certezza che la musica classica non ha nessun problema di futuro. Il problema, semmai, è nostro — degli adulti che la raccontano come se fosse già morta. O come un oggetto da museo, da tenere sotto una teca di cristallo. Ma la musica è un essere vivo, che respira con noi, come noi.
Quei ragazzi suonano con una concentrazione e un’intensità che molti professionisti consumati non hanno più. Non perché siano necessariamente i migliori, ma perché non hanno ancora imparato l’assefuazione. Non si sono ancora assuefatti alla bellezza che li circonda e che producono allo stesso tempo, conservano il fuoco della curiosità e dello stupore.
Cosa vuol dire costruire una carriera internazionale Quando non hai scorciatoie, impari ogni cosa davvero. Impari a leggere un’orchestra, a capire quando un musicista è stanco o insoddisfatto, a trovare il modo giusto per dire una cosa difficile senza perdere la fiducia delle persone che hai davanti. Impari a stare sul podio non perché ci devi stare, ma perché hai qualcosa da dire.
Non provengo da una famiglia di musicisti. Non ho avuto padrini. Ho avuto la musica, la testardaggine, e la fortuna di incontrare persone che hanno creduto in quello che facevo prima ancora che lo credessi fino in fondo anch’io.
Il Teatro Colón mi ha dato la possibilità di dire quello che avevo da dire davanti a un pubblico che ascolta con una cura fuori dal comune. Il pubblico di Buenos Aires per la musica classica, nella mia esperienza, non ha equivalenti nel mondo. Non è un pubblico educato alla musica — è un pubblico innamorato della musica! Ed è impossibile non sentire questa energia straordinaria mentre dirigi.
Perché scrivo questo
Ho aperto questo blog perché ci sono cose che non stanno in un post di Instagram e che nelle interviste non ti chiedono. Stanno in mezzo, in quel territorio che appartiene a chi scrive e a chi legge, senza mediatori.
Comincio dal Colón perché è il posto dove, in questi anni, ho sentito di essere esattamente dove dovevo essere. Non so quante volte nella vita capita di sentire una cosa del genere. Abbastanza raramente, credo. E questo vale la pena scriverlo.



