Caro Direttore, rispondo con piacere alla tua curiosità sul nodo spinoso che ci siamo trovati a dover “maneggiare” a seguito del recente conflitto Israelo-statunitense-iraniano.
Nello stretto di Hormuz sta accedendo di nuovo. Vuoi che sia reale o solo minacciato, l’uso della mina navale, come arma asimmetrica usata dal più debole per arrecare il maggior danno al più forte, è di nuovo all’ordine del giorno, come lo è stato, più volte, nel secolo scorso: dalla Guerra del Golfo, al conflitto nella Ex-Jugoslavia, dalle due Guerre mondiali alla Guerra di Corea, alla crisi di Suez.
Tanti hanno chiaro cosa sia una mina anti-uomo o anti-carro, ma molti meno hanno la percezione di cosa sia e come funzioni una mina navale e, soprattutto, di come possa essere possibile contrastarla.
La mina navale va immaginata come un contenitore che, oltre ad una massiccia quantità di esplosivo, racchiude al proprio interno della tecnologia di svariata natura: da semplici congegni meccanici (arcaiche ma sempre efficaci mine ormeggiate ad urto o ad influenza) ai più sofisticati e moderni sensori, spesso asserviti a sofisticati software (mine da fondo di ultima generazione).
La mina, posata da navi (unità posamine o di “opportunità” come anche traghetti o pescherecci), da aerei o da sommergibili, aspetta il suo bersaglio e lo colpisce se questo la urta oppure, come nelle mine moderne, se ci passa nelle sue vicinanze. La mina intelligente può infatti “sentire” il suo bersaglio, la nave in transito, un mezzo che fa rumore con i suoi motori ed i suoi vari apparati in funzione, che altera con le sue masse ferromagnetiche (l’acciaio dello scafo ad esempio) il campo magnetico terrestre locale, che genera un piccolo campo elettrico per correnti parassite nel suo intorno, che con il peso dell’acqua spostata dal suo transito modifica, se pur lievemente, il valore di pressione sul fondo del mare.
La mina sfrutta tutto questo (ed altro) per attivarsi e fare il maggior danno possibile allo scafo con la forza della sua esplosione diretta o con l’effetto delle onde d’urto (primaria e secondarie) provocate da questa. Questa esplosione può provocare “vie d’acqua” (squarci) negli scafi, oppure tende a spezzare il “trave nave”, la struttura principale, ovverosia la chiglia delle navi, come anche a danneggiare tutto ciò che non sia montato su supporti “antishock”.
Come ci si difende? Basta starne lontani? Si, se solo si sapesse dove sono le mine, ma chi le posa non indica certo la loro posizione. Bisogna quindi cercarle e per far ciò, ai nostri giorni, si deve impiegare principalmente l’energia acustica. L’unica energia che si può efficacemente trasmettere sott’acqua. Purtroppo i conosciutissimi Radar, che usano onde elettromagnetiche, sottacqua non funzionano. Bisogna fare perciò una vera e propria ecografia al mare.
Ecco quindi che le moderne unità cacciamine, come Nave Rimini e Nave Crotone recentemente partiti per il Medio Oriente, non sono altro che un potente sonar (un apparato che emette onde acustiche) ad alte frequenze… con una nave intorno. Certo, questa è una definizione ovviamente riduttiva e superficiale, ma il succo è proprio questo. Gli specialisti, dall’unità cacciamine, insonificano il volume d’acqua ed il fondo marino alla ricerca di tutte quelle anomalie che possono rappresentare oggetti che riflettono le onde acustiche in modo diverso dall’ambiente circostante. Né più e né meno di quando si fa un’ecografia al “pancione” di una futura mamma per scoprire il sesso di un nascituro.
Una volta effettuata la “scoperta” di “contatti sonar interessanti” vengono poi eseguite le attività di “classificazione”, sempre con il Sonar principale e l’eventuale “identificazione dei bersagli” a mezzo di veicoli subacquei filoguidati, i cosiddetti ROV (Remotely Operated Vehicle) che non sono altro che minisommergibili dotati di sensori acustici e videocamere. Nel caso il bersaglio venga positivamente identificato vengono poi eseguite le successive attività di “neutralizzazione della mina”, ponendo nelle vicinanze di questa una carica esplosiva ad hoc che, fatta poi esplodere, provoca, in sicurezza (ove possibile, vengono messe in campo tutte le misure per salvaguardare la vita della fauna marina presente in zona), l’esplosione per “simpatia” della carica principale della mina stessa. Queste ultime operazioni possono essere effettuate sempre a mezzo ROV o con l’ausilio di operatori subacquei estremamente specializzati.
Negli ultimi anni alcune delle attività che ho appena accennato, vista comunque la loro pericolosità per l’uomo e per il cacciamine stesso, che si devono avvicinare parecchio alla possibile mina, si è cercato di delegarle a veicoli autonomi, i cosiddetti AUV (Autonomous Underwater Vehicle), dei droni che sono già stati integrati sulle unità cacciamine classe Gaeta (di cui fanno parte Crotone e Rimini) durante le fasi di ammodernamento di queste Unità recentemente conclusesi.
Ecco come la Marina Militare, grazie al fatto che ha mantenuto nel tempo una vivace componente di Contromisure Mine, si trova ad avere oggi e si spera anche in futuro con i Cacciamine di Nuova Generazione (CNG) di prossima costruzione, degli strumenti ancora flessibili ed efficaci per poter togliere molte castagne dal fuoco in caso di necessità del genere.
Una Componente di uomini che hanno fatto di questo lavoro una passione e che hanno la determinazione di mantenere attivo l’immenso bagaglio di conoscenze approfondite del settore, prevedendone un futuro strutturato e ben bilanciato, fondato sull’impiego di nuove tecnologie, ma anche su quanto di buono è stato maturato dall’esperienza. Il tutto condito con un reale, ma soprattutto realistico addestramento, corroborato da obiettivi strumenti di valutazione dell’efficienza bellica degli strumenti sul campo. Cose, queste, che non tutte le Marine, anche le più evolute (come la US Navy), hanno oggi a disposizione.
Spero, con questo mio accenno ad una tematica decisamente complessa come quella della Naval Mine Warfare, di aver dato al lettore un utile, seppur doverosamente breve, strumento per capire cosa i nostri ragazzi a bordo delle unità cacciamine e di supporto e difesa inviati in teatro si troveranno a porre in essere una volta che, terminata la crisi e conclusesi positivamente tutte le fasi autorizzative richieste, si darà il via alla bonifica dello stretto di Hormuz.
Concludo, per sottolineare le grandi potenzialità della mina navale e quindi la necessità che l’Italia, con la Marina Militare, si mantenga sempre pronta a fronteggiarla per difendere efficacemente gli interessi nazionali, con una frase dell’Ammiraglio di Squadra Forrest P. Sherman, Comandante delle Operazioni Navali (CNO) della US Navy ai tempi della Guerra di Corea: “una nazione di secondo piano, con a disposizione una flotta di Sampan disegnati al tempo di Cristo, ha usato mine disegnate durante la guerra civile americana per fermare la più formidabile potenza navale nella storia del mondo”.
L’autore dell’articolo è il Contrammiraglio (AUS) Giovanni Battista PIEGAJA, nei suoi 40 anni di servizio nella Marina Militare ha operato in innumerevoli incarichi di vertice nella Componente di Guerra di Mine nazionale ed in comandi NATO specialistici, tra i quali il Comando del Cacciamine “Numana” (1995), il Comando della 53^ Squadriglia Cacciamine costieri (2004), il Comando del secondo gruppo di Contromisure mine della NATO (2014) ed è stato Capo di Stato Maggiore di MARICODRAG (l’attuale 5^ Divisione Navale) dal 2016 al 2020.



